Rimasto su carta · Milano
Piazza della Repubblica 7/9, Milano — 2012
Il Gruppo Lercari fa assicurazioni marittime a Genova da centotrent’anni. Nel 2012 compra due piani in Piazza della Repubblica e decide di aprire a Milano.
Il brief l’ha scritto il committente, e sta in una riga:
«Coniugare tradizione ultrasecolare e radici marinare genovesi con modernità ed efficienza milanese.»
E subito sotto, l’indicazione che ha deciso tutto il resto: «giocare sulla interazione dei colori della casa» — il verde storico Lercari, Pantone 348, e il più recente giallo Pantone 124 con il nero al 60%.
La risposta è stata prendere quei tre colori alla lettera e farci lo spazio, invece di stampare il marchio su una parete e chiamarla immagine coordinata.
Il giallo diventa un oggetto solo, la reception: una sfera tagliata in due — la metà di sotto è il bancone, quella di sopra sta appesa al soffitto. Chi entra ci passa in mezzo. Il verde diventa il vetro: le sale riunioni e gli uffici sono scatole trasparenti verdi dentro lo spazio aperto, così la luce delle finestre sulla piazza arriva fino in fondo. Il nero al 60% resta sullo sfondo — soffitti, moquette, telai — e fa da carta su cui gli altri due si vedono.
All’ingresso il nome è per terra, inciso nel pavimento davanti al bancone: si legge camminandoci sopra, non alzando gli occhi.
Un poliambulatorio. Le piante di evacuazione dell’epoca lo raccontano stanza per stanza: al piano rialzato quattro studi medici, la reception e la sala d’attesa; al seminterrato altri quattro studi, la sala piccoli interventi, gli esami endoscopici, il laboratorio d’analisi, la preparazione alla chirurgia.
Un piano di scatole chiuse, una per paziente, tutte uguali. Il progetto le toglie quasi tutte: quello che serviva a garantire la riservatezza di una visita è esattamente il contrario di quello che serve a una sede che deve mostrarsi.
L’edificio ha due civici sulla stessa piazza, e il progetto se ne serve invece di sceglierne uno. Dal civico 7 si entra nel Gruppo: reception, sale riunioni, direzione. Dal civico 9, laterale, entrano le due società controllate. Stesso indirizzo, due porte, nessuna gerarchia da spiegare a voce.
Dentro, la divisione è verticale: il piano rialzato è di rappresentanza, il seminterrato è operativo, e sulla scala che li collega c’è una porta scorrevole a vetri con il badge. Non è una porta che nasconde: è di vetro, si vede di sotto, ma di sotto non ci si arriva per sbaglio.
Sul lato piazza ci sono due sale riunioni affiancate, e fra loro una parete mobile: aperta la parete, diventano una sala unica per le assemblee; chiusa, sono due riunioni che non si sentono. Tutte e due insonorizzate, tutte e due attrezzate per l’audiovisivo.
La sala grande ha il tavolo rettangolare; quella piccola un tavolo rotondo di cristallo dentro una scatola di vetro verde. Da dentro si vede tutto l’ufficio e non si sente niente.
Perché due soluzioni. Il capitolato le prometteva: «due soluzioni relative alle scelte cromatiche e dei materiali di finitura». Non due progetti diversi — la pianta è la stessa, il giallo e il verde sono gli stessi. Cambia una cosa sola: nella A il vetro è tenuto da profili sottili di metallo e sparisce; nella B ogni scatola ha intorno un telaio di legno che si vede, e lo spazio diventa più caldo e più diviso.
Presentare due varianti di materiale sulla stessa pianta è un modo di far decidere il cliente su una cosa alla volta.
Il seminterrato è il rovescio del piano nobile: ventotto o trenta postazioni, una sala formazione, una break area, il server. Nessuna rappresentanza, solo lavoro.
Il problema vero, lì sotto, è la luce: le finestre danno su un cavedio sotto il livello della strada, e prendono poco. La soluzione messa a progetto non è aggiungere lampade, ma sostituire i vetri dei due terzi superiori di ogni serramento, dove la luce entra davvero, e risolvere il punto in cui il cavedio raccoglie lo sporco. Prima si prende quella che c’è, poi si accende il resto.
Una parte dell’arredo non andava comprata: c’erano dieci scrivanie in vetro acidato, ventitré scrivanie operative, un tavolo riunioni da 140×140 e un tavolo direzionale ovale di cristallo da 250×130. Il capitolato prevedeva di andare a vederli, fotografarli e catalogarli prima di disegnare, e poi di procedere con «l’uso misto di nuovi arredi e arredi recuperati».
Era il 2012, e riusare non era ancora una parola da brochure: era un modo di far tornare un budget.
In fondo alla seconda fase del capitolato, dopo il progetto esecutivo e le pratiche in Comune, c’è una riga che non si trova quasi mai in un incarico di architettura: «documento di benvenuto nel nuovo edificio».
Prima del trasloco lo studio doveva preparare un breve documento da mandare per mail a tutti quelli che si spostavano, con le caratteristiche del nuovo edificio, le vie di sicurezza, e una descrizione del quartiere intorno: mezzi, negozi, servizi. Trasferire una sede non è muovere delle scrivanie, è muovere delle persone in un posto che non conoscono — e quella riga lo mette nero su bianco, dentro il contratto.
Il trasferimento era previsto per la prima parte del 2013. Non se n’è fatto niente: l’incarico si è fermato alla proposta, e la sede milanese del Gruppo Lercari non è mai stata costruita così.
Resta un progetto che avrebbe funzionato, e resta l’idea che regge tutto: quando un committente ti dà i suoi colori, non li appendi al muro. Ci costruisci lo spazio.