Costruito e in fase conclusiva · Milano
Via Mincio 10, Milano — 2025–2026
Prima era una casa milanese come ce ne sono migliaia: un corridoio al centro, le stanze a destra e a sinistra, una cucina separata di sette metri quadri, un bagno lungo e stretto in fondo, pareti color salmone e pavimenti di graniglia. Funzionava. Ma funzionava come nel 1960.
Quello che c’è adesso è una casa aperta, dove le stanze si vedono l’una dentro l’altra, e dove non è rimasto niente di prima: non gli infissi, non i sanitari, non gli impianti, non le tapparelle, non le luci, non i pavimenti.
Settantuno metri quadri, più due balconi: uno si apre dal soggiorno, l’altro, più piccolo, dalla cucina. Nessuno dei due dà sulla strada — ed è la differenza, in una casa di città, fra un balcone che si usa e uno che resta chiuso.
Il nome del progetto descrive il colore. Tortora alle pareti, travertino in bagno, bronzo e crema in cucina: la casa è letteralmente un pasticcino alla crema.
Le fotografie del rilievo sono dell’agosto 2025, fatte a casa ancora arredata. Servono a misurare, non a essere belle — ma sono l’unico documento di quello che c’era, e qui valgono come termine di paragone.
Di questo lavoro esistono decine di disegni, ma quelli che raccontano il progetto sono due, e vanno letti in quest’ordine.
Il primo è la tavola delle demolizioni e costruzioni. In basso a sinistra c’è il rilievo dello stato di fatto, con i nomi delle stanze e i metri quadri di ciascuna: soggiorno, camera, bagno, disimpegno, cucina, ripostiglio. In basso a destra lo stato di progetto. Sopra, le due tavole comparative in giallo e rosso — giallo quello che si demolisce, rosso quello che si costruisce. È il disegno più onesto che esista: dice esattamente quanto muro se ne va.
Il secondo è la planimetria di progetto in scala 1:20, che è una scala da mobili, non da appartamenti: ci stanno dentro le prese, gli interruttori, i faretti, i binari, i sanitari, le misure di ogni specchio. Sopra la pianta c’è la sezione A-A, ed è lì che si legge la vera idea della casa — il mattone antico al centro, gli specchi ai due lati, il travertino in controfalda da 0 a 120, il controsoffitto.
A sinistra della tavola c’è una colonna che non si vede quasi mai su un disegno d’appartamento: la legenda elettrica, quaranta simboli, in italiano e in inglese. Su una casa di questa dimensione l’impianto è metà del lavoro.
Il cantiere apre a novembre 2025, e la prima cosa che succede è la più semplice da fotografare e la più difficile da decidere: si aprono i muri.
Le due fotografie qui sotto sono a un mese di distanza e non sono lo stesso punto — la seconda guarda un’altra parete, e infatti in fondo si vede ancora il salmone. Ma messe vicine dicono la stessa cosa: il muro della prima, a dicembre, era appena fuori dall’inquadratura sulla sinistra, e non c’era già più.
Questa è la parte della casa che è cambiata di più, ed è anche quella più fotografata: la stessa inquadratura, dieci mesi.
Dopo le demolizioni arriva la parete in mattone antico, che non è una decorazione: è il fondale che tiene insieme uno spazio aperto senza bisogno di rimettere un muro. Poi il parquet, poi i binari a soffitto, e infine l’arredo.
Il bagno di prima era il difetto peggiore della casa: lungo e stretto, con i sanitari allineati contro la parete e una finestrella in fondo. Un corridoio con dentro una vasca.
Quello nuovo occupa lo stesso spazio e lo tratta al contrario. Le pareti sono rivestite in travertino in controfalda, il lavabo è un piano continuo a sbalzo invece di un mobile, lo specchio corre per tutta la parete, e la doccia è a filo pavimento, senza gradino e senza box.
La luce, qui, è fatta apposta per non farsi vedere. Sopra il mobile lavabo c’è una striscia LED nascosta dietro una veletta: si vede la luce, non la lampada. Le luci vere sono i faretti incassati nel controsoffitto. E il controsoffitto, in fondo, non arriva al muro: si ferma prima, e da quello spacco esce altra luce.
E poi c’è il pavimento, che è una resina rossa. In una casa tutta tortora e travertino, un pavimento rosso è la decisione che sveglia tutto il resto: si vede dal corridoio, in fondo, come una luce accesa.
La cucina è disegnata da me e costruita da Sormani Arredamenti, la stessa falegnameria della Chocolate Factory. Non è una cucina comprata: è un mobile su misura per una stanza che non è rettangolare.
Sta tutta su un lato, in un blocco unico: basi e pensili color bronzo, piano nero continuo, forno e piano cottura in linea, e sopra i pensili nessuna cornice. Dall’altra parte non c’è niente — ed è quello che tiene larga una stanza stretta.
In pianta ci sono tre specchi, quotati come si quota un muro: uno da 220 a 290, uno da 0 a 210, uno da 125 a 250 centimetri. Le quote sono altezze, e dicono già che tipo di specchi sono: non oggetti appesi, ma fasce che occupano una porzione precisa di parete.
Nella fotografia qui sotto se ne vedono due, e conviene dire subito quello che non fanno: il mattone non è raddoppiato. Il mattone è vero dappertutto dove si vede.
Uno degli specchi sta tutto a sinistra, dove il mattone finisce, e chiude la parete. L’altro corre sopra il muro di mattone più basso, dai 220 in su: e quello che riflette non è il muro, sono i faretti. Da lì in su il soffitto sembra continuare oltre la stanza.
Dieci mesi di cantiere, da novembre 2025 a settembre 2026. L’impresa è GoCrea srl, con cui lavoro da anni; la cucina è di Sormani; delle pratiche si è occupato lo studio Archè Associati.
E poi c’è questa, appoggiata sul tavolo del soggiorno. Non è ancora montata: di fianco ci sono le viti, nel sacchetto. Si avvita quando è finito davvero tutto, arredi compresi.