Realizzato · Milano
Via del Vecchio Politecnico 5, primo piano — 2020–2021
Un ufficio al primo piano di un palazzo del centro di Milano, riportato a casa. Due camere e un soggiorno-cucina, centotrentatré metri quadri.
La parte che tiene in piedi tutto il resto non si vede in nessuna fotografia ed è la pratica: senza il cambio di destinazione d’uso non c’è progetto, solo un ufficio arredato meglio. La variazione catastale è del luglio 2021 e porta l’immobile da A/10 ad A/2.
Quella pratica l’ho seguita da solo dall’inizio alla fine: il progetto, la compilazione della CILA, la consegna al Municipio competente del Comune di Milano, il timbro di protocollo allo sportello, e da lì l’apertura del cantiere. A lavori chiusi ho consegnato tutte le pratiche e restituito le mappe catastali con la nuova planimetria: quello che era uno studio adesso è un’abitazione, A/2 per il pregio dell’appartamento.
Il resto è una questione di temperatura. Un ufficio non ha niente di domestico: superfici dure, luce dall’alto, niente a cui appoggiarsi. Le tre mosse del progetto servono tutte a quello — scaldare, nascondere la sorgente della luce, allargare.
Rovere massello, doghe da 5 × 40 cm posate sfalsate come i mattoni, usato come rivestimento continuo: dietro il letto, in cucina, lungo i passaggi. È sempre la stessa parete, in tre stanze diverse. Non è un pannello decorativo appeso a una parete, è la parete. Dove il legno si ferma, ricomincia il bianco — e il punto in cui si ferma è sempre un punto scelto, mai il capriccio di una misura.
C’è una settimana, in ogni cantiere, in cui la casa dice tutto quello che poi non dirà più. È quando gli impianti sono passati e niente è ancora chiuso: il 25 febbraio 2020, qui, si vedeva il percorso intero.
Sopra, l’orditura del controsoffitto con i corrugati che la attraversano: ogni curva finisce dove ci sarà un faretto. Sotto, le tracce chiuse a malta sul muro — un tronco verticale, un ramo alla scatola, un braccio orizzontale. Non è un disegno, ma è disegnato.
Dopo, tutto questo sparisce. Ed è giusto così: è proprio perché non si vede che il resto può sembrare semplice.
In tutte le fotografie di questa casa c’è un solo apparecchio a vista, la sfera sospesa sopra il tavolo. Tutto il resto è velette, gole e mensole luminose: si vede la superficie illuminata, mai la sorgente.
Nel bagno la regola si rovescia. Il controsoffitto non è una lastra continua ma un graticcio di assi, e la luce non lava una superficie: passa in mezzo.
Controsoffitto del bagno — tredici assi da 6 cm per 201, undici da 6 per 196, distanziate di 2 cm. Veletta a quota 210; il soffitto sale da 220 a 260.
Nel bagno ospiti la stessa idea è risolta in un altro modo: il controsoffitto è in parte in vetro, e la luce scende anche da sopra. Due soffitti che invece di chiudere lasciano passare.
È lo stesso ragionamento che torna altrove, ad altre scale: prendere l’elemento che di mestiere chiude e aprirlo.
In corridoio lo specchio è a tutta parete. In una delle fotografie sembra che oltre il corridoio si apra un’altra camera: è il riflesso di quella che si ha alle spalle. Non è un effetto scenografico fine a sé stesso — è il modo di dare aria a una pianta che, essendo nata ufficio, ha corridoi più stretti di quelli che avrebbe una casa.
Dietro il letto invece non c’è nessuno specchio: c’è la parete in massello di rovere, e la testata è il pannello bianco incassato dentro il legno.
Il vetro accoppiato biancolatte fa l’altra metà del lavoro. Nel disimpegno fra la camera e il bagno padronale è tutta la parete, e anche la porta, a tutta altezza: separa il bagno e lascia passare la luce, non lo sguardo.
Ed è per questo che è tutta la parete e non un pannello. La finestra sta nel bagno, e il disimpegno non ne ha nessuna: di giorno è la luce del bagno a illuminare il disimpegno e la camera, filtrando attraverso il vetro per tutta la sua altezza. Più grande è la superficie, più luce passa.
Di sera il lavoro lo fanno le luci nascoste nelle velette del controsoffitto: non si vede nessuna lampada, si vede solo il disimpegno illuminato.
In soggiorno lo specchio fa una terza cosa ancora. Il divisorio è specchiato per tutta l’apertura, e sotto la panca di rovere corre una striscia bassa di specchio che continua nel muro verticale: la panca sembra non appoggiare su niente, e il pavimento sembra passarle sotto.
Una parte dei mobili non è stata comprata. Sgabelli, comodini, panca e consolle sono stati disegnati per questa casa e fatti costruire: telaio in tubolare a sezione quadra, ferro nero opaco, seduta in velluto con il bottone al centro.
I disegni sono quelli andati in officina — assonometrie quotate, con le quantità da produrre e i particolari costruttivi disegnati a parte.
La cucina l’ha costruita Sormani Arredamenti. È una fila sola contro il muro, senza pensili: il piano in pietra scura corre dritto dal primo mobile all’ultimo, e l’unica cosa appesa è la mensola illuminata, che fa da pensile e da lampada insieme.
Le fotografie del montaggio dicono una cosa che in quelle del finito non si vede: una cucina così si fa a terra, pezzo per pezzo, con gli elettrodomestici ancora fuori dalle loro sedi e una lampada di taglio per controllare gli accostamenti.
Avete un posto da rimettere in piedi? Mandatemi due righe su che cos’è e dove: vi dico che cosa ne penso, e se vale la pena vederlo insieme.