Realizzato · San Paolo, Brasile
Rua Ministro Rocha Azevedo, São Paulo — 2012–2013
Il locale si chiama Brera, sta in Brasile e vende panini italiani. Il nome è quello di un quartiere di Milano, ma il progetto a Milano non è stato disegnato: l’abbiamo fatto io e mio padre a San Paolo, in uno spazio preso in affitto apposta per quei mesi.
Prima c’era un edificio stretto e profondo su due piani, sfitto, chiuso dietro una cancellata in mezzo ai palazzi dei Jardins. Due cartelli aluga appesi alla ringhiera.
Un locale è fatto di due metà che non si vedono insieme: la sala e la macchina che la tiene in piedi. In un edificio stretto la tentazione è di infilarle tutte e due al piano terra, e finire per addossarle una all’altra.
Qui è stato fatto il contrario. Al piano terra sta solo quello che il cliente attraversa: una terrazza esterna, una interna, la sala principale e il bancone. Al piano di sopra sta tutto il resto — una sala più piccola, i servizi, l’ufficio, i locali per gli addetti, lo spogliatoio e la cella frigorifera.
La terrazza esterna, poi, prima non c’era. È stata ricavata davanti, dove c’era il cortiletto chiuso dalla cancellata: si rinuncia a una parte di superficie coperta per guadagnare l’unica cosa che a un locale serve davvero, e cioè essere visto mentre è pieno.
I due piani non sono due locali sovrapposti: sono legati da un vuoto a doppia altezza aperto sulla sala, e dentro quel vuoto passa il pezzo che tiene insieme il progetto — una scaffalatura a caselle alta due piani.
Serve a tre cose in una volta sola. Dal basso è il fondale della sala, pieno di barattoli e bottiglie; dall’alto è il parapetto della saletta; e per chi sale le scale è la parete che lo accompagna, con le caselle all’altezza degli occhi. Un elemento solo, tre mestieri: è il modo di lavorare che ritorna in quasi tutte queste pagine.
Del progetto esistono due serie complete di render, fatte nella stessa settimana dell’aprile 2012: le stesse inquadrature, lo stesso arredo, la stessa luce — e due rivestimenti diversi.
Uno è a tavole di legno di larghezze disuguali, caldo, con le sedute rosse: la versione osteria. L’altro è a listelli orizzontali bianchi e verde acqua, con i vetri retroilluminati e le sedute verdi: la versione chiara, quasi da gelateria.
Non è indecisione, è il modo di far scegliere. A parole «legno caldo» e «listelli chiari» sono due aggettivi; disegnate per intero, dalla stessa esatta posizione, sono due locali diversi in cui si entra. Lo stesso metodo delle tre cucine della Chocolate Factory: si disegna tutto due volte, e poi si sceglie guardando.
Il locale ha aperto il 28 febbraio 2013, e delle due versioni ne è passata una: le tavole di legno e le sedie rosse. In opera il rivestimento è diventato una zoccolatura a doghe di rovere alta un metro, con sopra la piastrella bianca da metropolitana e una riga rossa a chiudere. La riga rossa nei render non c’era: è arrivata in cantiere, ed è la cosa che tiene insieme la sala.
Il progetto è mio e di mio padre Alberto, dal rilievo dell’edificio sfitto fino alle due versioni del rivestimento. E non è stato fatto da lontano: per farlo abbiamo affittato uno spazio a San Paolo e ci siamo messi a disegnare lì.
Sembra un dettaglio organizzativo e invece è la decisione più cara del progetto. Un locale si disegna guardando la strada su cui sta — chi ci passa, a che ora, da che parte, e quanto ci mette a decidere se entrare. Quella strada era a quattordici ore d’aereo: l’unico modo di guardarla era andarci.
Poi sono cominciati i lavori, e quelli li ho seguiti facendo avanti e indietro con l’Italia. La fotografia sulla scala, all’inizio di questa pagina, è di uno di quei viaggi: si vede il vuoto a doppia altezza già aperto e ancora niente di finito.
Le pratiche le ha seguite sul posto lo studio Lovisaro Arquitetura e Design; a costruire è stata l’impresa AMAC Construtora.