Ritratto di Matteo Gardino
Matteo GardinoArchitetto

Realizzato · San Paolo, Brasile

Il panino italiano a San Paolo

Rua Ministro Rocha Azevedo, São Paulo — 2012–2013

Render della sala principale: il rivestimento in tavole di legno chiaro, le panche rosse, i tavoli e il bancone in fondo
La sala principale, nella versione a tavole di legno.
Luogo
Rua Ministro Rocha Azevedo, São Paulo (Brasile)
Anno
Progetto 2012, apertura 2013
Studio
Studio Gardino Architettura, Milano
Ruolo
Progetto a quattro mani con Alberto Gardino
Intervento
Rifacimento totale di un edificio su due piani per una panineria italiana
Pratiche
Lovisaro Arquitetura e Design, São Paulo
Impresa
AMAC Construtora, São Paulo
Fotografie
Matteo Gardino
Stato
Realizzato — aperto il 28 febbraio 2013

Il locale si chiama Brera, sta in Brasile e vende panini italiani. Il nome è quello di un quartiere di Milano, ma il progetto a Milano non è stato disegnato: l’abbiamo fatto io e mio padre a San Paolo, in uno spazio preso in affitto apposta per quei mesi.

Prima c’era un edificio stretto e profondo su due piani, sfitto, chiuso dietro una cancellata in mezzo ai palazzi dei Jardins. Due cartelli aluga appesi alla ringhiera.

Fotografia del 2012: l'edificio sfitto, una scatola scura di due piani dietro una cancellata, con due cartelli ALUGA appesi
Marzo 2012: il posto com’era, con i cartelli aluga.
Fotografia di cantiere: Matteo Gardino in piedi sulla scala nuova, ancora senza finiture, con la scala a pioli appoggiata al vuoto a doppia altezza
Sono io, sulla scala nuova, in uno dei viaggi per seguire i lavori. Il vuoto a doppia altezza c’è già.

Tutto il servizio di sopra

Un locale è fatto di due metà che non si vedono insieme: la sala e la macchina che la tiene in piedi. In un edificio stretto la tentazione è di infilarle tutte e due al piano terra, e finire per addossarle una all’altra.

Qui è stato fatto il contrario. Al piano terra sta solo quello che il cliente attraversa: una terrazza esterna, una interna, la sala principale e il bancone. Al piano di sopra sta tutto il resto — una sala più piccola, i servizi, l’ufficio, i locali per gli addetti, lo spogliatoio e la cella frigorifera.

La terrazza esterna, poi, prima non c’era. È stata ricavata davanti, dove c’era il cortiletto chiuso dalla cancellata: si rinuncia a una parte di superficie coperta per guadagnare l’unica cosa che a un locale serve davvero, e cioè essere visto mentre è pieno.

Pianta del piano terra: la terrazza con i tavoli sulla destra, la sala principale, il bancone in verde che gira a L e i servizi sul fondo
Piano terra: terrazza, sala, bancone. Nient’altro.
Pianta del piano primo: la cucina in verde, i due bagni, l'ufficio, la saletta con il tavolo lungo e il vuoto sulla sala sottostante
Piano primo: la macchina, più una saletta. Apri i disegni in PDF

Il vuoto e lo scaffale

I due piani non sono due locali sovrapposti: sono legati da un vuoto a doppia altezza aperto sulla sala, e dentro quel vuoto passa il pezzo che tiene insieme il progetto — una scaffalatura a caselle alta due piani.

Serve a tre cose in una volta sola. Dal basso è il fondale della sala, pieno di barattoli e bottiglie; dall’alto è il parapetto della saletta; e per chi sale le scale è la parete che lo accompagna, con le caselle all’altezza degli occhi. Un elemento solo, tre mestieri: è il modo di lavorare che ritorna in quasi tutte queste pagine.

Sezione longitudinale: i due piani, il vuoto a doppia altezza con la scaffalatura a caselle al centro, le figure umane sui due livelli e il soffitto a fili appesi
La sezione: la scaffalatura attraversa i due piani, e il soffitto della saletta è una tenda di fili appesi.
Render del bancone con la scaffalatura a caselle alle spalle, i prodotti in vista e la sala sul fondo
Dal bancone: le caselle sono il magazzino a vista.

Due volte lo stesso locale

Del progetto esistono due serie complete di render, fatte nella stessa settimana dell’aprile 2012: le stesse inquadrature, lo stesso arredo, la stessa luce — e due rivestimenti diversi.

Uno è a tavole di legno di larghezze disuguali, caldo, con le sedute rosse: la versione osteria. L’altro è a listelli orizzontali bianchi e verde acqua, con i vetri retroilluminati e le sedute verdi: la versione chiara, quasi da gelateria.

Non è indecisione, è il modo di far scegliere. A parole «legno caldo» e «listelli chiari» sono due aggettivi; disegnate per intero, dalla stessa esatta posizione, sono due locali diversi in cui si entra. Lo stesso metodo delle tre cucine della Chocolate Factory: si disegna tutto due volte, e poi si sceglie guardando.

La sala nella versione a tavole di legno: pareti calde, panche e sedie rosse
Legno.
La stessa identica inquadratura nella versione a listelli: pareti bianche e verde acqua, sedute verdi
Listelli. Stessa inquadratura, stessa ora del giorno.
Il bancone visto dall'ingresso, versione legno: il fronte in tavole, l'affettatrice rossa, la vetrina dei prodotti
Il bancone, in legno.
Lo stesso bancone nella versione a listelli verde acqua retroilluminati
E a listelli: cambia il locale, non il progetto.
Il vuoto a doppia altezza dall'alto, versione legno: la scaffalatura, la saletta soppalcata, la sala sotto
Il vuoto, dall’alto.
Lo stesso vuoto nella versione a listelli, con le lame di luce orizzontali
Lo stesso vuoto, con le lame di luce.
Render della saletta soppalcata: il soffitto è una tenda fitta di fili dorati appesi, gli sgabelli al parapetto e la finestra sulla strada
La saletta di sopra, sotto il soffitto di fili. Nel locale aperto, quel soffitto è diventato un cielo di cesti di vimini.

Ha vinto il legno

Il locale ha aperto il 28 febbraio 2013, e delle due versioni ne è passata una: le tavole di legno e le sedie rosse. In opera il rivestimento è diventato una zoccolatura a doghe di rovere alta un metro, con sopra la piastrella bianca da metropolitana e una riga rossa a chiudere. La riga rossa nei render non c’era: è arrivata in cantiere, ed è la cosa che tiene insieme la sala.

Fotografia della sala finita: le doghe di rovere alte un metro, le piastrelle bianche con la riga rossa, le fotografie incorniciate in bianco e nero, le lampade d'alluminio e i tavoli con le sedie rosse
La sala, verso la terrazza.
Dettaglio della stessa sala: la mensola alta con i libri e i barattoli, le due fotografie incorniciate, il rivestimento di rovere e un tavolo con due sedie rosse
La mensola alta corre sopra tutto, come in sezione.
Fotografia del bancone finito, di sera: il piano di legno, le bottiglie e i covoni di grano sulla mensola alta, la cucina a vista sul fondo con due addetti, e la saletta soppalcata in alto a destra
Il bancone, di sera. Sopra, la saletta del piano di sopra: il vuoto della sezione, costruito.
Fotografia del vuoto a doppia altezza: il soffitto interamente coperto di cesti di vimini appesi, la scala bianca, la scaffalatura di legno e la sala sottostante vista dall'alto
E il soffitto di fili, in opera, è diventato questo: un cielo di cesti di vimini. La scaffalatura fa da parapetto alla scala, come nel disegno.

Chi ha fatto cosa

Il progetto è mio e di mio padre Alberto, dal rilievo dell’edificio sfitto fino alle due versioni del rivestimento. E non è stato fatto da lontano: per farlo abbiamo affittato uno spazio a San Paolo e ci siamo messi a disegnare lì.

Sembra un dettaglio organizzativo e invece è la decisione più cara del progetto. Un locale si disegna guardando la strada su cui sta — chi ci passa, a che ora, da che parte, e quanto ci mette a decidere se entrare. Quella strada era a quattordici ore d’aereo: l’unico modo di guardarla era andarci.

Poi sono cominciati i lavori, e quelli li ho seguiti facendo avanti e indietro con l’Italia. La fotografia sulla scala, all’inizio di questa pagina, è di uno di quei viaggi: si vede il vuoto a doppia altezza già aperto e ancora niente di finito.

Le pratiche le ha seguite sul posto lo studio Lovisaro Arquitetura e Design; a costruire è stata l’impresa AMAC Construtora.

La terrazza esterna finita: i tavolini pieghevoli rossi sul pavimento di cotto, la vetrata scorrevole aperta, l'insegna BRERA sopra l'ingresso e la palma
La terrazza che prima non c’era: cotto, tavolini rossi, e la palma che era già lì.
Fotografia dell'edificio finito dalla strada: l'insegna Brera in lettere rosse sull'intonaco chiaro e la grande finestra del piano superiore che riflette il cielo
Lo stesso edificio dei cartelli aluga, aperto.
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