Ritratto di Matteo Gardino
Matteo GardinoArchitetto

Realizzato · Oggetti

Little Dream II

Kart kz 125 a marce — 2024

Il muso del kart finito: carena nera e bianca lucida con una riga rossa che scende al centro, nella penombra dell'officina
Il muso finito. La riga rossa è una sola e passa su tutti i pezzi.
Oggetto
Kart da competizione, kz 125 a 6 marce
Nome
«Little Dream II», numero 22
Anno
Un anno di lavorazione, 2024
Telaio
Birel art
Costruzione
Con Alfio Spoto, meccanico e pilota — fra Milano e Centuripe
Livrea
Disegno di Matteo Gardino; applicazione Level Up
Squadra
Selezione Nazionale Piloti, guidata da Nicola Castiglione
Fotografie
Matteo Gardino, con il telefono
Stato
Realizzato — costruito e in uso

Questa pagina non parla di gare. Parla di un oggetto: di come da una manciata di tubi nudi è venuta fuori una cosa che si muove, e di che cosa vuol dire costruirla pezzo per pezzo invece di comprarla finita.

Da quando ho quattro anni

I motori mi interessano da prima di saper leggere. Guardavo le gare di Ayrton Senna in televisione dal 1989, e per me era una specie di eroe. Il 1° maggio 1994 sono rimasto scioccato, e per un po’ di tempo quella cosa non mi è passata.

Ma la passione non si è mai fermata. A Monza ci vado quasi ogni anno da quando ho cinque anni; l’anno scorso sono andato anche a Las Vegas e a Imola, quest’anno a Silverstone.

Fino ai dodici anni ho corso in kart sulla pista di Curno, vicino a Milano. Non erano mai i miei: erano di amici che li avevano, e io salivo sul loro. La differenza fra guidare la cosa di qualcun altro e costruirsene una l’ho capita trent’anni dopo.

Un anno, fra Milano e Centuripe

Il kart è stato costruito nel 2024, in un anno di lavoro, insieme ad Alfio Spoto, meccanico e pilota. Si partiva dalla scelta del telaio — un Birel art — e da lì è stato un andare avanti e indietro fra Milano e Centuripe, in Sicilia, dove il mezzo prendeva forma.

La squadra è la Selezione Nazionale Piloti, guidata da Nicola Castiglione: il nome sta scritto sui fianchetti, accanto al numero 22.

Il telaio del kart nudo, appena verniciato di rosso lucido, appoggiato sul pavimento dell'officina
Il punto di partenza: tubi, e nient’altro.
Due persone sollevano il telaio rosso in officina, fra gli scaffali dei ricambi
In officina. Da qui in avanti si aggiunge un pezzo per volta.

Pezzo dopo pezzo

La parte più bella è stata proprio questa, e non me l’aspettavo: vederlo nascere. Ogni pezzo che si monta è una decisione presa per sempre — dove passa un cavo, come si regola un supporto, quanti millimetri di gioco lasciare. Sono le stesse domande di un cantiere, solo che qui le mani sono le mie.

Poi è arrivata la prima accensione. Un oggetto che fino al giorno prima stava fermo su un cavalletto, e adesso fa rumore e va. Difficile spiegare che cosa si prova: è il momento in cui una cosa disegnata diventa una cosa viva.

Matteo Gardino al banco dell'officina, al lavoro sul telaio del kart
Il montaggio: lento, e senza margini d’errore.
Matteo Gardino accovacciato accanto al kart in officina, mentre lavora all'avantreno
Accovacciato per terra: la posizione in cui si passa metà del tempo.
Il kart montato in officina senza carene: telaio rosso, sedile, motore KZ 125 e scarico al loro posto
Motore al suo posto, carene ancora no. A questo punto si accende.

La livrea: Lotus, e il casco di Hunt

Il disegno delle carene è mio, e non nasce dal mondo dei kart: viene dalle vecchie Lotus Esprit, nero e bianco tagliati netti, con una riga rossa continua che attraversa tutti i pezzi e li cuce insieme, dal musetto ai fianchetti al codone.

Dallo stesso posto viene il casco, che è quello dell’estroso James Hunt. Il progetto l’ho consegnato a Level Up, che l’ha applicato su tutte le carene.

Il nome sulla fiancata è «Little Dream II», perché il primo Little Dream esiste: è una ktm 250 del 1979.

Le carene del kart verniciate e smontate, allineate sul tavolo: musetto, paraurti, i due fianchetti con il numero 22, il nome Little Dream II e la firma M. Gardino
Le carene finite, in fila sul tavolo: sembrano i pezzi di un’armatura.
Le stesse carene viste di lato, con la riga rossa continua e il numero 22 sul cofano
Nero, bianco, e un filo rosso che non si interrompe mai.

La cura, prima di ogni volta

Adesso che lo uso, il lavoro non è finito: prima di ogni uscita lo curo in modo maniacale. Si controlla, si stringe, si rimette a posto quello che il giro precedente ha spostato, con il casco già appoggiato sul sedile.

È la parte meno appariscente e quella che decide tutto: nessuno la guarda, non c’è niente di bello da vedere, e da lì dipende il resto. Come in cantiere.

Matteo Gardino chino sul kart nel paddock, con il casco nero appoggiato sul sedile
Nel paddock, con il casco già pronto sul sedile.
Matteo Gardino al lavoro sul kart all'aperto, a due passi dalla pista
L’ultima mano, fuori dalla pista.

In movimento

Un oggetto costruito così si capisce davvero solo quando si muove. In pista conta vincere, ma per arrivarci bisogna metterci la precisione: la traiettoria giusta, la frenata di un metro più in là, il decimo che manca. Non c’è modo di barare, ed è per questo che ogni giro serve a migliorarsi.

Il kart in movimento su un circuito fra le colline, con Matteo Gardino al volante e il casco nero
In movimento: la stessa cosa che un anno prima erano tubi appoggiati per terra.

Concluso

Da un telaio nudo a un oggetto finito, che sta in piedi da solo e funziona. È la stessa soddisfazione di una casa consegnata, in scala ridotta e con i tempi di un anno invece che di tre: l’attenzione ai dettagli si vede tutta insieme, alla fine, e sono proprio i dettagli a fare la differenza.

Il kart finito, con le carene montate, fermo nell'officina
Finito.

Un pezzo da disegnare e far costruire? Mandatemi due righe su che cosa vi serve e per dove: dal disegno all’oggetto finito ci vuole tempo, ma si fa.

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