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Kart kz 125 a marce — 2024
Questa pagina non parla di gare. Parla di un oggetto: di come da una manciata di tubi nudi è venuta fuori una cosa che si muove, e di che cosa vuol dire costruirla pezzo per pezzo invece di comprarla finita.
I motori mi interessano da prima di saper leggere. Guardavo le gare di Ayrton Senna in televisione dal 1989, e per me era una specie di eroe. Il 1° maggio 1994 sono rimasto scioccato, e per un po’ di tempo quella cosa non mi è passata.
Ma la passione non si è mai fermata. A Monza ci vado quasi ogni anno da quando ho cinque anni; l’anno scorso sono andato anche a Las Vegas e a Imola, quest’anno a Silverstone.
Fino ai dodici anni ho corso in kart sulla pista di Curno, vicino a Milano. Non erano mai i miei: erano di amici che li avevano, e io salivo sul loro. La differenza fra guidare la cosa di qualcun altro e costruirsene una l’ho capita trent’anni dopo.
Il kart è stato costruito nel 2024, in un anno di lavoro, insieme ad Alfio Spoto, meccanico e pilota. Si partiva dalla scelta del telaio — un Birel art — e da lì è stato un andare avanti e indietro fra Milano e Centuripe, in Sicilia, dove il mezzo prendeva forma.
La squadra è la Selezione Nazionale Piloti, guidata da Nicola Castiglione: il nome sta scritto sui fianchetti, accanto al numero 22.
La parte più bella è stata proprio questa, e non me l’aspettavo: vederlo nascere. Ogni pezzo che si monta è una decisione presa per sempre — dove passa un cavo, come si regola un supporto, quanti millimetri di gioco lasciare. Sono le stesse domande di un cantiere, solo che qui le mani sono le mie.
Poi è arrivata la prima accensione. Un oggetto che fino al giorno prima stava fermo su un cavalletto, e adesso fa rumore e va. Difficile spiegare che cosa si prova: è il momento in cui una cosa disegnata diventa una cosa viva.
Il disegno delle carene è mio, e non nasce dal mondo dei kart: viene dalle vecchie Lotus Esprit, nero e bianco tagliati netti, con una riga rossa continua che attraversa tutti i pezzi e li cuce insieme, dal musetto ai fianchetti al codone.
Dallo stesso posto viene il casco, che è quello dell’estroso James Hunt. Il progetto l’ho consegnato a Level Up, che l’ha applicato su tutte le carene.
Il nome sulla fiancata è «Little Dream II», perché il primo Little Dream esiste: è una ktm 250 del 1979.
Adesso che lo uso, il lavoro non è finito: prima di ogni uscita lo curo in modo maniacale. Si controlla, si stringe, si rimette a posto quello che il giro precedente ha spostato, con il casco già appoggiato sul sedile.
È la parte meno appariscente e quella che decide tutto: nessuno la guarda, non c’è niente di bello da vedere, e da lì dipende il resto. Come in cantiere.
Un oggetto costruito così si capisce davvero solo quando si muove. In pista conta vincere, ma per arrivarci bisogna metterci la precisione: la traiettoria giusta, la frenata di un metro più in là, il decimo che manca. Non c’è modo di barare, ed è per questo che ogni giro serve a migliorarsi.
Da un telaio nudo a un oggetto finito, che sta in piedi da solo e funziona. È la stessa soddisfazione di una casa consegnata, in scala ridotta e con i tempi di un anno invece che di tre: l’attenzione ai dettagli si vede tutta insieme, alla fine, e sono proprio i dettagli a fare la differenza.
Un pezzo da disegnare e far costruire? Mandatemi due righe su che cosa vi serve e per dove: dal disegno all’oggetto finito ci vuole tempo, ma si fa.