Realizzato · Milano
Piazza Filippo Meda 3, Milano — 2012
La famiglia Ravazzolo fa abiti da uomo dall’inizio del Novecento. Negli anni Cinquanta la sartoria smette di essere un laboratorio artigianale e diventa industriale: stesse mani, altra scala.
Lo showroom sta sopra il negozio, e ci si arriva con un ascensore che parte da dentro il negozio stesso: non si torna in strada, non si suona a un portone. Chi compra quello che c’è resta giù; chi viene accompagnato di sopra vede le collezioni nuove, quelle che al piano delle vendite non sono ancora arrivate.
È una stanza dove non si prende niente da uno scaffale: ci sono capi appesi, un tavolo su cui aprirli, e qualcuno che li racconta.
Da qui viene tutto il progetto: due mobili soli, ripetuti. Un tavolo e un espositore.
Il piano non è rettangolare. È un quadrilatero irregolare di circa 123 centimetri di lato, con gli angoli tutti diversi — la forma di un pezzo di stoffa tagliato, non di un tavolo da riunione. Sotto, gambe tornite come quelle di un tavolo di bottega, e fra il piano e le gambe uno scuretto di mezzo centimetro: il piano non appoggia, galleggia.
In tavola si chiama tavolo modulare, e la parola conta: i piani irregolari si accostano l’uno all’altro e formano ogni volta un tavolo diverso. Due insieme fanno la superficie lunga per stendere una collezione; separati, sono due postazioni.
C’è anche una coincidenza che il disegno sfrutta: la stanza di Piazza Meda non ha un angolo retto, è un pentagono storto fra un cortile e la piazza. Nemmeno i tavoli ce l’hanno.
L’altro mobile è un portale di legno alto due metri e settantacinque, appoggiato al muro o libero in mezzo alla stanza. Dentro il portale corre una trave portante con i LED sopra e sotto: da quella trave pende l’asta degli abiti, e la luce arriva da tutte e due le direzioni.
Alla base c’è una pedana di vetro acidato illuminata. In alto, una mensola di vetro acidato. Vetro acidato vuol dire vetro reso opaco: non si vede la lampada, si vede la lastra che diventa luce.
La ragione è pratica. Un abito da uomo è scuro, e un faretto dall’alto ne scava le spalle e ne spegne il tessuto. Illuminandolo anche da sotto la stoffa si apre e si vede la trama — che è l’unica cosa che un compratore deve vedere.
Lungo le pareti, sotto le finestre sulla piazza, corre una fascia continua di vetro acidato retroilluminato: nei render è la riga verde chiara che gira per tutta la stanza. Serve a due cose insieme. Illumina dal basso, così le pareti non hanno ombre a terra e la stanza sembra più alta; e nasconde i fan-coil, che stanno dentro lo stesso spessore.
È il genere di soluzione che mi interessa: un elemento solo che fa tre mestieri — luce, panca, impianto — e di cui si vede soltanto il primo.
L’ascensore arriva dal negozio e si apre sul pianerottolo, in alto a destra nella pianta. La sala grande guarda la piazza; dietro ci sono i camerini, un ufficio e il salottino con il divano. Sulla tavola di progetto ci sono tutti e tre i mobili disegnati in alto — reggimensola, espositore fisso, tavolo modulare — e sotto la pianta con le luci al loro posto.
Una nota sulle immagini. Lo showroom è stato costruito, ma di quello che è stato costruito non ho fotografie: quello che si vede qui sono i render e i disegni del 2012. È il motivo per cui la pagina racconta il progetto, e non l’effetto.