Ritratto di Matteo Gardino
Matteo GardinoArchitetto

Realizzato · Milano

Chocolate Factory

Via Boccaccio 11, Milano — 2017–2018

Render della zona pranzo: il tavolo poligonale su gambe tornite, le sedie colorate, la cucina bianca sul fondo e la finestra ad arco
La zona pranzo, con il tavolo disegnato per questa casa e la cucina sul fondo.
Luogo
Via Boccaccio 11, Milano
Anno
2017–2018
Studio
Studio Gardino Architettura, Milano
Ruolo
Progettista
Intervento
Progetto di interni e arredi su misura: cucina, due bagni, mobile del soggiorno, tavolo, luci e porte
Falegnameria
Sormani Arredamenti
Apparecchi
Flos — IC Lights e String Light di Michael Anastassiades, Mini-Ball
Elaborati
Album di 36 tavole, aprile 2017 – febbraio 2018
Fotografie
Matteo Gardino, 6 aprile 2018
Stato
Realizzato — il tavolo è rimasto al prototipo

Qui non si sono spostati muri. Questo è un progetto fatto solo di mobili: la cucina, i due bagni, il mobile del soggiorno, le porte, le luci e un tavolo. Disegnati uno per uno per questa casa e costruiti da una falegnameria.

È un lavoro che non si vede quasi mai nei portfolio, perché non produce stanze nuove da fotografare: produce trentasei tavole, ognuna con la sua pianta, il suo prospetto e la sua sezione, e dieci mesi di correzioni.

Le fotografie che vengono dopo sono di un solo pomeriggio — 6 aprile 2018, dalle 15:42 alle 15:59 — a mobili montati. Sono le uniche che ho di questa casa, e sono fatte col telefono.

Il mobile che gira

Il pezzo migliore sta nel soggiorno, ed è un mobile che non sta fermo.

È alloggiato in una nicchia fra la zona pranzo e il soggiorno: una libreria con un mobile basso sotto e un pensile sopra. Ma è montato su ruote: si può estrarre e, ruotando, diventa un separé fra le due stanze — apribile da tutti e due i lati, perché chi sta a pranzo e chi sta in soggiorno ci arrivano da parti opposte.

La cosa più utile però è quella che non si nota: le mensole servono anche a nascondere i cavi della televisione. Un mobile che si muove ha un problema che un mobile fisso non ha — i fili — e il disegno se ne occupa.

Di questo mobile ci sono quattro soluzioni, A B C D, e nelle ultime due torna un vecchio mestiere: una parte a specchio, per allargare una stanza senza toccarla.

Prospetto a colori del mobile soggiorno, soluzione C: la libreria rossa e blu nella nicchia con il mobile basso e il pensile
Il mobile del soggiorno, soluzione C.
Prospetto a colori del mobile soggiorno, soluzione D: la stessa nicchia con l'aggiunta del mobile specchio
Soluzione D, con lo specchio.

Disegnare un mobile a quattro altezze. Per far capire come cambia il mobile a mano a mano che si sale, le tavole lo tagliano orizzontalmente a 60, 90, 130 e 190 centimetri da terra. Quattro sezioni, come le curve di livello di una carta: sotto il mobile basso è pieno, in mezzo si svuota, in alto resta solo il pensile.

Tavola del mobile tagliato a sessanta centimetri da terra: pianta, prospetto e sezione
Il taglio a 60 centimetri.
Tavola dello stesso mobile tagliato a centonovanta centimetri da terra
Lo stesso a 190.

Il tavolo

Il tavolo di questa casa ha un nome suo, ChocolaTable, e non è rettangolare: il piano è un poligono irregolare di 310 per 134 centimetri, senza un lato parallelo all’altro.

Il piano è diviso in tre campi, e ogni campo è di un legno diverso — mogano, rovere, tanganica — con le venature ruotate in tre direzioni. Accostati, i tre campi cambiano colore a seconda di dove si è seduti e di come batte la luce. Intorno, un bordo in acciaio inox che tiene insieme i tre legni e protegge gli spigoli, che su un piano con angoli tutti diversi sono la prima cosa che si rovina.

E poi le gambe.

Studio del piano del tavolo: il poligono diviso in tre campi di legno diverso con le venature orientate in tre direzioni
I tre legni e le tre direzioni delle venature.
Tavola del ChocolaTable: la pianta quotata del piano poligonale e il prospetto con le gambe tornite
La tavola del tavolo: il piano quotato e le gambe in prospetto. Apri l’album in PDF

Le gambe alla Botero

Le gambe sono balaustri torniti, di quelli panciuti dei tavoli di bottega — da qui il soprannome che gira in tavola, «gambe alla Botero». Ma non sono gambe intere.

Ogni balaustro è tagliato a metà per il lungo, e le due metà sono rimontate incrociate a novanta gradi. In pianta la gamba non è un cerchio: è una croce. Da ogni lato se ne vede un profilo solo, e camminando intorno al tavolo il profilo cambia.

Di tutto il tavolo, l’unico pezzo che esiste davvero in legno è questo: il prototipo della gamba è stato costruito, il tavolo no.

Fotografia del prototipo della gamba in legno chiaro: il balaustro tornito tagliato per il lungo e rimontato incrociato
Il prototipo della gamba, in legno grezzo.
Il prototipo visto da vicino sul banco della falegnameria: si vede il taglio verticale e i due profili incrociati
Da vicino: si vedono il taglio e i due profili che si incrociano.
Render ravvicinato del piano del tavolo: i tre legni accostati e il bordo sottile in acciaio inox
Il piano da vicino: tre legni, tre direzioni, un bordo d’acciaio.

La cucina, in tre

Della cucina sono state disegnate tre soluzioni complete — A, B e C — sullo stesso muro e con gli stessi elettrodomestici, cambiando ogni volta il rapporto fra i pensili, le mensole aperte e la colonna del frigorifero.

Non è indecisione: un mobile su misura il cliente non può andare a vederlo in negozio, e disegnare tre prospetti interi è l’unico modo di fargli scegliere fra tre cose e non fra tre parole.

Prospetto della cucina, soluzione A: pensili continui, mensole aperte e piano di lavoro in legno
Soluzione A.
Prospetto della cucina, soluzione C: il blocco dei pensili si interrompe e compare la colonna
La cucina, soluzione C.
Fotografia della cucina finita: il blocco con piano in acciaio e forno a vista, i pensili bianchi a filo, la fascia a specchio che riflette la finestra e la lampada sferica sospesa
La cucina costruita. Fra il piano e i pensili corre la fascia a specchio che sulla tavola della soluzione A è solo una parola scritta in mezzo al disegno: raddoppia la finestra e porta la luce sul lato cieco della stanza. Appesa, la IC Lights.

La stessa parete, quattro volte

Di questo muro esistono quattro fotografie prese fra il 25 luglio e il 9 agosto 2017. Messe in fila dicono una cosa che il disegno da solo non riesce a dire: che la cucina c’era già quando la parete era ancora vuota.

La parete prima della cucina: intonaco bianco e una fila di scatole elettriche sporgenti, tutte alla stessa altezza, con i fili ancora fuori
25 luglio. Non c’è ancora niente. Ma le scatole sono già in fila, tutte alla stessa quota: dove sarebbero andate le prese era deciso da mesi, su una tavola.
La stessa parete tre giorni dopo: basi, pensili e piano di lavoro montati; fra il piano e i pensili la fascia e' ancora intonaco nudo, con un campione di specchio appoggiato in piedi sul piano
28 luglio. Basi, pensili, piano. In mezzo la fascia è ancora intonaco — e sul piano, appoggiato in piedi, c’è un campione di specchio: lo stavano guardando prima di posarlo.
La fascia a specchio montata fra il piano e i pensili: dentro si riflettono due uomini al lavoro, uno con una maglietta bianca su cui il nome della falegnameria si legge al rovescio; a destra, fuori dallo specchio, altre due persone al piano di lavoro
9 agosto. La fascia è montata e comincia subito a fare il suo mestiere: raddoppia la stanza, e la gente che ci lavora dentro. Chi è vero e chi è riflesso si capisce da un dettaglio solo — sulla maglietta bianca il nome della falegnameria, Sormani, si legge al contrario.
La cucina quasi finita vista di lato, con le mensole aperte sulla sinistra; nella fascia a specchio appena montata si riflette chi sta fotografando
Lo stesso giorno, a specchio montato. Dentro c’è già la finestra dell’altra parete, e c’è anche chi fotografa: funziona.

I due bagni

Sono due bagni molto diversi. Il padronale ha la finestra, due lavabi appoggiati su una consolle di legno e la doccia in fondo. Il secondo è un bagno cieco: nessuna finestra, nessuna luce naturale.

Su un bagno cieco il disegno deve fare due cose. Riempirlo di luce artificiale distribuita, invece di un punto solo al centro del soffitto; e non chiuderlo ulteriormente — per questo la doccia è in vetro e il mobile in rovere resta basso, con lo specchio a tutta parete sopra.

Alla fine la luce distribuita la danno tre Mini-Ball di Flos montate sullo specchio: tre sfere alla stessa altezza di chi si guarda, che illuminano la faccia e non la testa. Su uno specchio è l’unica posizione che funziona davvero.

Un uomo traccia e fora la parete intonacata del bagno cieco sopra la fascia di piastrelle: si vedono due fori gia' fatti, allineati, e lui ne sta facendo un terzo
7 ottobre. I tre fori, prima dello specchio. Sono alla stessa quota e alla stessa distanza, perché l’altezza delle tre sfere non è una cosa che si aggiusta dopo: o la decidi adesso, col trapano in mano, o non la decidi più.
Un uomo con i guanti da lavoro, davanti allo specchio a tutta parete appena montato, appoggia le mani contro la propria immagine riflessa, palmo contro palmo
12 ottobre. Lo specchio è su, e copre tutto, fori compresi. Il primo a provarlo è chi l’ha montato: non sono due, è uno solo con le mani contro le proprie. Da qui in avanti quella parete non si tocca più.
Tavola del bagno cieco: pianta, prospetto e sezione, con il mobile in rovere, il termoarredo e il box doccia in vetro
Il bagno cieco: pianta, prospetto e sezione sulla stessa tavola.
Fotografia del bagno cieco finito: lo specchio a tutta parete sopra il muretto piastrellato, tre lampade sferiche Mini-Ball montate sullo specchio, il lavabo e il termoarredo; nel riflesso si vedono due persone
E costruito: le tre sfere, avvitate esattamente sui tre fori di cinque giorni prima. Nel riflesso ci siamo noi, il pomeriggio del sopralluogo.
Prospetto del bagno padronale: i due lavabi sulla consolle in legno e lo specchio
Il bagno padronale: i due lavabi sulla consolle.
Il bagno padronale fotografato per il lungo: in fondo la finestra a vetro satinato, lungo la parete la consolle di rovere con il lavabo, il vaso e il bidet sospesi, a destra il box doccia in vetro scorrevole, sopra la volta di mattoni a vista
Il padronale per il lungo, ed è questa la sua forma: stretto e lungo, con la finestra in fondo. Tutto sta su una parete sola e l’altra resta libera, perché in una stanza così la larghezza è l’unica cosa che non si può sprecare. La doccia in vetro chiude il fondo senza accorciarlo.
Fotografia di un bagno finito: il lavabo appoggiato sul piano di rovere, lo specchio a tutta parete con la barra di luce, la volta di mattoni a vista e a sinistra un pannello di vetro illuminato
Sopra la fascia di piastrelle, lo specchio a tutta parete con la barra di luce; sopra ancora, la volta di mattoni lasciata com’era.
Fotografia del bagno con il box doccia in vetro trasparente, la consolle in rovere a sbalzo, i faretti orientati verso l'alto e la volta di mattoni
E la doccia in vetro, per non chiudere la stanza; i faretti puntati sulla volta invece che sulla testa.
Dettaglio della consolle in rovere: il piano a sbalzo con lo spigolo arrotondato, il lavabo appoggiato, i cassetti sotto, il vaso e il bidet sospesi accanto
La consolle di rovere da vicino: il piano gira lo spigolo arrotondato e prosegue oltre il lavabo, perché in un bagno stretto una mensola serve più di un mobile.

I due pezzi che non sembrano mobili

I due elementi più grandi della casa sono anche i due che un ospite non conta come arredo.

Il primo è una parete di ante a filo, dal pavimento al soffitto, senza maniglie e senza cornice: da chiusa è un muro, e infatti non si capisce dove finisce l’armadio e dove comincia la stanza.

Il secondo è lo specchio di cui si parlava prima, che nelle tavole del mobile era una soluzione fra le quattro e alla fine è diventato un’altra cosa: una parete intera a specchio nel disimpegno. Dentro ci si vede la cucina, il pavimento continua, e il corridoio smette di essere un corridoio.

Della parete di ante esiste la cronaca di una giornata sola, il 19 settembre. Vale la pena guardarla, perché spiega che cosa c’è dentro il muro.

Il vano aperto in fondo al corridoio: una rientranza alta fino al soffitto con il muro vecchio annerito e scrostato, i cavi a vista, il pavimento di legno nuovo che si ferma sul bordo
La mattina. È un vano vecchio, nero, con i cavi di fuori: l’unica cosa decisa è che il pavimento nuovo si ferma sul suo bordo.
Due operai infilano nel vano la cassa bianca prefabbricata, tenendola per il fianco; a terra gli attrezzi
La cassa bianca entra. È stata montata poco prima su due cavalletti, in corridoio.
La cassa montata dentro il vano, ancora aperta: dentro c'e' la lavatrice, sopra un ripiano e lo spazio tecnico; accanto la vecchia porta bianca a pannelli
Dentro c’è questo: la lavatrice, un ripiano e lo spazio per i tubi. Il motivo per cui la parete esiste non è l’ordine, è una lavanderia.
La stessa parete chiusa: due grandi ante a filo dal pavimento al soffitto, senza maniglie, con una sola fuga verticale al centro
La sera. Due ante dal pavimento al soffitto, nessuna maniglia, una fuga sola. Da qui in avanti è un muro — e accanto, per confronto, la vecchia porta a pannelli che non finge niente.
Parete di armadi a tutta altezza con ante a filo muro, senza maniglie, illuminata da faretti a soffitto
Le ante a filo: nessuna maniglia, nessuna cornice, e la fuga verticale come unico disegno.
Il disimpegno con la parete a specchio a tutta altezza che riflette la cucina; a sinistra la porta del bagno piccolo; per terra ci sono ancora i teli di protezione del cantiere
Lo specchio il giorno che l’hanno montato: per terra c’è ancora il telo del cantiere, e dentro c’è già la cucina.
La camera finita: due letti, una libreria alta e stretta, e la lampada a cono appesa a un filo teso che attraversa il soffitto da parete a parete
La camera. La lampada è la String Light di Michael Anastassiades per Flos: il filo teso attraverso il soffitto non è un rimedio a una scatola nel posto sbagliato, è il progetto della lampada. Si decide dove appenderla dopo, ed è esattamente quello che serve in una casa dove i mobili arrivano prima delle abitudini.

Un autore solo per la luce. Gli apparecchi di questa casa non sono scelti uno per uno sfogliando i cataloghi: per tutto l’appartamento sono di Michael Anastassiades per Flos. In cucina la IC Lights, una sfera tenuta in equilibrio su un’asta d’ottone; in camera la String Light appesa al suo filo teso.

Tenere un autore solo per gli apparecchi è la scorciatoia più affidabile che conosca per far sembrare parenti delle stanze che non si somigliano. Le forme sono diverse — una sfera, un cono, un filo — ma la mano è la stessa, e non c’è bisogno di accordarle una per una.

La stanza fotografata al buio: una lampada a sospensione con la lampadina a globo appesa al cavo, e sulla parete di destra un apparecchio a due sfere acceso; in fondo la finestra alta con gli scuri interni chiusi e il radiatore a colonne, in primo piano il bordo di un tavolino e di due sedie
L’unica fotografia scattata al buio, ed è per questo che serve: in tutte le altre gli apparecchi sono spenti e sembrano soprammobili. Qui si vede che cosa fanno davvero — due sfere accese su una parete nuda e una lampadina appesa a un cavo bastano a tenere in piedi una stanza vuota. Era rimasta fuori dalla selezione perché «troppo scura»: era scura apposta.

Com’è finita

I mobili sono stati costruiti da Sormani Arredamenti e sono in casa. Il tavolo no: si è fermato al prototipo della gamba.

Di questa casa non esiste un servizio fotografico. Esistono trentasei tavole e un telefono, tirato fuori di tasca in sette giornate sparse su nove mesi — dal 25 luglio 2017, muro vuoto, al 6 aprile 2018, casa finita. Non sono belle fotografie e non pretendono di esserlo: sono quello che si fotografa quando si va in cantiere a vedere se una cosa sta venendo come era stata disegnata. È il modo in cui finisce quasi sempre un lavoro di soli mobili, e mi sembra giusto che la pagina lo dica. Il tavolo, invece, ha continuato a vivere per conto suo — è l’unico mobile del progetto che ha una pagina tutta sua.

Avete un posto da rimettere in piedi? Mandatemi due righe su che cos’è e dove: vi dico che cosa ne penso, e se vale la pena vederlo insieme.

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Iscritto all’Ordine degli Architetti di Milano, matricola 19187 © Matteo Gardino. Progetti, disegni e testi sono miei; le fotografie e i render sono di chi è indicato in ciascuna scheda.
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