Pezzo unico · Oggetti
Libreria — Milano, Brera, 2013
In un appartamento di sessanta metri quadri una libreria attaccata al muro è un muro in più. Qui invece di riempire la parete si è disegnato un cerchio: un anello rosso che nasce dal mobile basso e porta tre mensole. Il muro non lo tocca mai — nessuna mensola arriva alla parete — e così il muro si continua a vedere, dietro e attraverso.
È del novembre 2013, e sta ancora lì.
L’anello non è un tondino piegato: è un piatto d’acciaio largo cinque centimetri e spesso uno, verniciato di rosso. La differenza si vede appena si entra nella stanza. Un tubo, di fronte, sarebbe una linea sottile; un piatto messo di costa è una striscia, cioè una superficie che gira e che cambia larghezza a seconda di dove ci si mette.
Quel centimetro di spessore, poi, è quello che permette al cerchio di reggere le mensole senza rinforzi in vista.
Il modo di fissarlo è la parte del progetto che nessuno vede, ed è quella che ha richiesto più disegni. Il cerchio non è appeso al muro, non ha piedi e non si appoggia da nessun’altra parte: sta in piedi da solo, e l’unico punto in cui è trattenuto è la base.
Lì c’è una piastra rettangolare incassata nel top del mobile sottostante, avvitata dall’interno. Fuori non si vede nessuna vite, e il piatto rosso arriva a filo del piano: quota zero, come se il cerchio uscisse dal mobile invece di appoggiarcisi sopra.
Tutto il resto è a sbalzo: il cerchio è staccato dalla parete e nessuna mensola la sfiora. I libri, che leggeri non sono, scaricano sulle mensole, le mensole sul piatto, e il piatto su quella piastra. Ecco perché il centimetro di spessore non è un vezzo.
È sempre la stessa idea che torna nelle case: il fissaggio si nasconde, il pezzo resta pulito.
Dentro il cerchio ci sono tre mensole, e non sono dello stesso legno: mogano, rovere e tanganica, una per ripiano. Da lontano si legge un anello rosso con tre righe orizzontali; da vicino le tre righe hanno colore e venatura diversi.
E non sono messi a caso: il mogano sta sulla mensola in basso, sopra la tanganica e in cima il rovere: dal più scuro al più chiaro, salendo. È la stessa ragione del taglio a quarantacinque gradi — leggerezza: il peso visivo resta in basso, e più si sale più il ripiano si allontana dall’occhio e si alleggerisce.
Ognuna è stata disegnata a parte, con il suo spessore e il suo incasso nel piatto: sono tre disegni, non tre copie. E non stanno nemmeno una sopra l’altra: le tre mensole sono sfalsate: di pochi centimetri, ma nessuna delle tre è sovrapposta a un’altra. Guardando il cerchio di fronte sembrano allineate; viste dall’alto o di lato si vede che ognuna sta a un suo aggetto.
L’altro dettaglio è in punta: le teste delle mensole sono tagliate a quarantacinque gradi. Un taglio dritto avrebbe mostrato uno spessore pieno, e dentro un anello di cinque centimetri sarebbe sembrato un pezzo grosso; tagliato di sbieco, il legno si assottiglia verso l’esterno e finisce in una linea. È tutto lì il motivo: dare leggerezza. Un ripiano che porta libri deve essere robusto, ma non deve sembrarlo.
Quella terna di legni è tornata quattro anni dopo, nel 2017, nel ChocolaTable: lì mogano, rovere e tanganica non sono più tre ripiani ma tre spicchi di un piano solo, con le venature girate in tre direzioni. La scelta è nata qui, dentro un cerchio rosso.
L’ha costruita Sormani Arredamenti, su questi disegni. Un pezzo così sta in piedi solo se chi lo fa lavora con la precisione del millimetro: il cerchio è una curva continua, e ogni approssimazione sull’incasso di una mensola si vedrebbe come una riga storta dentro un anello.
Un pezzo da disegnare e far costruire? Mandatemi due righe su che cosa vi serve e per dove: dal disegno all’oggetto finito ci vuole tempo, ma si fa.