Tesi di laurea · Mozambico
Murrebue, Pemba — Cabo Delgado, Mozambico — 2010
Il turismo è come il fuoco: può cucinare la tua cena come può incendiare la tua casa.
la seconda pagina della tesi
Nel 2010 la parola sostenibile si metteva davanti a tutto. La tesi parte da una domanda scortese, ed è scritta così nella terza pagina: «Il solo utilizzo di un tetto di paglia per un resort, lo si può realmente definire sostenibile?»
La risposta, per come l’avevo capita allora, era che la sostenibilità di un resort in Mozambico non si decide sul tetto. Si decide su quattro cose che nessuno metteva in copertina: l’acqua potabile, le materie prime, la perdita delle identità locali e il mancato coinvolgimento della popolazione.
Il progetto è l’ampliamento di una struttura che esisteva già, su una concessione a Murrebue, a pochi chilometri da Pemba. In Mozambico il terreno lo si ottiene solo se il progetto rispetta requisiti alti: i vincoli non sono stati un fastidio, sono stati il punto di partenza.
Prima di disegnare abbiamo studiato come si organizzano i villaggi di quelle terre: il recinto, le abitazioni disposte simmetricamente rispetto a un asse, gli animali al centro. E soprattutto l’albero, che nei villaggi non è un elemento d’arredo ma il luogo di ritrovo: le case gli stanno intorno.
In quella parte della tesi c’è una frase che riguarda il modo di guardare, non il progetto: «Sarebbe sbagliato interpretare la natura temporale di molte costruzioni africane come espressione di una società instabile e insicura». Una costruzione che dura poco non è una costruzione povera: è un’altra idea di tempo.
Da lì viene la distribuzione del resort. I bungalow non sono allineati lungo la spiaggia, come si fa di solito: sono a gruppi, ognuno con il suo centro, con le densità e le distanze prese dai villaggi invece che dagli alberghi.
La parte tecnica della tesi comincia da un anno di dati sul vento: direzione, velocità media, scala Beaufort mese per mese. Dieci nodi di media all’anno, 27°C di temperatura media dell’aria.
Su quei numeri sta la scelta del micro-eolico: 15 aerogeneratori da circa 1 kW, per un totale di 360 kWh al giorno. Il fabbisogno stimato dell’intero resort per cento persone era di 350 kWh. Il conto torna per dieci: non è molto, ed è il motivo per cui la tavola dei consumi conta le lampadine una per una.
Le macchine stanno sopra la vegetazione, che lì è alta sei metri in media. Le stesse turbine muovono anche le pompe dell’acqua: il generatore tira su l’acqua e la mette in un serbatoio quando c’è vento, e l’aerogeneratore può stare dove il vento è migliore, non per forza sopra il pozzo.
Cento persone in quel resort chiedono 17.000 litri d’acqua al giorno: diecimila i bungalow, tremila il ristorante, duemila il bar, duemila la lavanderia. A Murrebue piove poco, e in mesi diversi rispetto a Milano.
Quell’acqua, dopo, non se ne va. Le acque reflue passano per un impianto di fitodepurazione: un filtro di sabbia e ghiaia profondo un metro, attraversato dai rizomi della canna palustre, che tiene il terreno soffice e ossigenato e lascia lavorare i microrganismi.
E qui la tesi fa la sua mossa vera. L’acqua depurata non torna nel resort: va a irrigare i campi — quelli dentro l’area di progetto e quelli intorno, gestiti dalla popolazione. Un resort che consuma diciassettemila litri al giorno restituisce acqua a chi coltiva lì accanto.
È la tavola che mi sono portato dietro più di tutte. Non elenca i materiali per prezzo o per prestazione: li elenca per distanza dal cantiere.
Mattoni 8 km · cemento 15 km · pietra di corallo 8 km · pietra e ghiaia 10 km · legno umbila 5 km · bambù 50 km da Pemba · pali di mangrovia un giorno di navigazione · paglia makuti due giorni di navigazione.
Messi in fila così, i materiali smettono di essere un elenco di finiture e diventano una mappa. Il legno più vicino sta a cinque chilometri; la paglia del tetto — quella del 45% imposto dalla concessione — sta a due giorni di barca, e quindi è la voce che pesa davvero.
Sedici anni dopo, su una casa in Messico, ho rifatto esattamente questo ragionamento con altri materiali: terra battuta del posto, pietre locali, maestranze del posto. La tavola era questa. Vedi Villa Cècil.
Nella stessa tavola, sotto i prezzi del legname, ci sono tre righe che a rileggerle oggi pesano più di tutto il resto: il salario minimo in Mozambico era di 45 dollari al mese; un lavoratore non qualificato costava 80 dollari, uno qualificato 160; e la concessione di taglio costava 0,2 dollari per albero.
Un albero: venti centesimi. Un mese di lavoro: quarantacinque dollari. Le avevamo messe in tavola perché servivano a fare i conti, ma una volta scritte una accanto all’altra dicono da sole che cosa significa, lì, «sostenibile».
L’ultima pagina della tesi dice che il turismo, se preso con responsabilità dalle prime fasi di progetto fino all’utenza finale, può essere una forza positiva — e che il punto di forza del progetto è stato cercare di coinvolgere la popolazione locale, perché «il concetto astratto di turismo» diventi «quello più concreto di lavoro», e perché, sono parole di allora, «il comune senso di espropriazione della terra, da parte della gente locale, venga abbandonato».
È l’atto finale del mio percorso universitario. L’ho discussa davanti a una commissione di dieci professori di architettura, e quello che mi è rimasto di quel giorno sono le domande: tante, e incuriosite. Non è una prova come le altre, ed è l’ultima: pochi mesi dopo la laurea ho sostenuto l’esame di Stato e mi sono iscritto all’Ordine degli Architetti di Milano. Questa tesi sta sulla linea esatta fra le due cose — l’ultimo lavoro da studente e il primo da architetto.
È una tesi in Architettura Ambientale, ed è rimasta su carta. Ma la domanda da cui parte — se basti un tetto di paglia — me la porto dietro da allora, e quando un progetto comincia dai materiali che si trovano vicino, invece che dal catalogo, viene da qui.