Ritratto di Matteo Gardino
Matteo GardinoArchitetto

In corso · Messico

Villa Cècil

Tulum, Quintana Roo — 2018–2020

Render della villa di giorno: un padiglione a un piano sotto un'unica lastra di copertura a sbalzo, la piscina lunga davanti e il muro in terra battuta a destra
Una lastra sola tiene insieme tutta la casa, e continua oltre il vetro a fare ombra.
Luogo
Tulum, Quintana Roo, Messico
Anno
Progetto 2018–2020
Studio
Studio Gardino Architettura, Milano
Ruolo
Progettista
Intervento
Villa a un piano con piano interrato, corte interna, piscina e tetto a giardino calpestabile
Materiali
Terra battuta rossa dello Yucatán, pietre locali, grandi scorrevoli a tutta altezza
Disegni a mano
Salvatore Grande
Render
SFArch
Costruzione
Maestranze del posto
Stato
Progetto consegnato — il cantiere non è ancora aperto

Questa casa è nata in Brianza. Era una villa ad Arosio, in provincia di Como, disegnata dallo studio e rimasta su carta.

Anni dopo è ricomparsa dall’altra parte dell’oceano, a Tulum, sulla costa dello Yucatán. Non è una casa nuova che somiglia a quella vecchia: è proprio quel progetto, ripreso e riscritto per un posto che non c’entra niente con la Brianza.

Le matite colorate sono di Salvatore Grande, e non vengono prima: le ha fatte dopo aver visto il progetto che gli avevo presentato. Servono a quello per cui una matita serve ancora — far vedere la casa a chi una pianta non la legge. C’è dentro tutto quello che conta: la lastra piatta che sporge, la parete di vetro sotto, la piscina parallela alla casa, il muro cieco che chiude dall’altra parte.

Disegno a matita colorata: la casa vista di fronte, la copertura piatta a sbalzo, la vetrata e la piscina davanti
La lastra, il vetro, la piscina. Matita di Salvatore Grande, sul progetto già fatto.
Disegno a matita colorata visto dall'alto: il volume della casa, il tetto piano e la piscina lungo il fianco
Dall’alto: il tetto piatto e la piscina di fianco.
Disegno a matita colorata da sotto il portico: persone sedute all'ombra dello sbalzo, la piscina oltre
Da sotto lo sbalzo: è l’ombra il vero soggiorno.

Cosa è rimasto e cosa è cambiato

È rimasto l’impianto: come sono distribuite le stanze, quali guardano il giardino e quali no, dove sta la piscina rispetto al soggiorno, il modo in cui la casa si appoggia al terreno. Quella è la parte di un progetto che non dipende dal clima — dipende da come si vive dentro.

È cambiato tutto il resto, cioè l’involucro: di che cosa sono fatti i muri, quanto sporge il tetto, quanto vetro c’è e quanto si apre. Una casa in Brianza si difende dal freddo; una casa a Tulum si difende dal sole e dall’umidità. Stessa pianta, due pelli diverse.

La terra

Il muro lungo che chiude la casa a est è in terra battuta rossa dello Yucatán: terra del posto, compattata dentro una cassaforma strato su strato. Nel render si vedono le due cose che lo dichiarano — le stratificazioni orizzontali, una per ogni strato pigiato, e la griglia di fori dei tiranti che tenevano la cassaforma.

Alla base, dove il muro incontra il terreno e prende gli schizzi della pioggia, la terra lascia il posto alla pietra locale.

Non è una scelta di stile. Un muro di terra battuta ha una massa enorme e una grande inerzia: si scalda piano di giorno e restituisce piano di notte, che in un clima tropicale è esattamente quello che serve. E si fa con la terra che c’è e con le mani del posto: niente arriva da lontano.

Render del fronte: il muro cieco in terra battuta con le stratificazioni orizzontali e i fori dei tiranti, la pietra locale alla base, e la parte vetrata sotto la copertura
Il muro in terra battuta: gli strati si contano, e i fori sono quelli dei tiranti della cassaforma.

Una lastra sola

Sopra tutto passa un’unica copertura piana, lunga venticinque metri, che non si ferma dove finisce la casa: sporge a sbalzo sul lato vetrato e disegna un portico senza colonne.

È il pezzo che fa il lavoro più duro: tiene all’ombra tutta la parete di vetro nelle ore in cui il sole picchia. Senza quello sbalzo, una vetrata di quella misura in quel clima sarebbe una serra.

Ed è quello sbalzo che permette la cosa a cui il progetto punta davvero. Le scorrevoli non si aprono un po’: si aprono del tutto, e spariscono. Con i vetri via, il soggiorno e la natura diventano un ambiente solo — non una stanza che guarda il giardino attraverso una finestra grande, ma un unico spazio in cui il confine fra dentro e fuori lo decide l’ombra della lastra, non un serramento.

In pianta c’è scritta la parola che lo rende possibile: rotaia annegata. Il binario delle scorrevoli sta dentro il pavimento, a filo. Non c’è una soglia da scavalcare, non c’è un gradino: il pavimento del soggiorno esce e diventa terreno. Sono dieci metri e quaranta di apertura su un lato solo.

Render notturno: la casa illuminata da dentro sotto la lastra di copertura, la piscina che riflette le luci
Di notte la lastra sparisce e resta accesa la fascia sotto.

La corte

Il rettangolo verde che si vede nelle piante non è il tetto: è una corte interna, quattro metri per quattro e settantacinque, ritagliata in mezzo alla casa fra la zona giorno e le camere.

A terra, dentro la corte, c’è la vegetazione del posto — non un’aiuola decorativa, la macchia che cresce lì intorno. Sopra, il tetto è bucato: il vuoto lascia entrare la luce fino al piano zero, e la corte illumina da dentro le stanze che le stanno attorno. Dalla casa ci si può entrare: è una stanza senza soffitto, con un pezzo di Yucatán dentro.

È l’altra metà del ragionamento delle vetrate. Da un lato la casa si apre tutta sul giardino; dall’altro si tiene un pezzo di natura al centro, dove non se ne può andare.

Il tetto

Il tetto è a giardino, ma nelle piante non è colorato: è tutta la superficie bianca. Su un tetto piano in quel clima serve a tre cose insieme — aggiunge massa e isolamento sopra le camere, trattiene l’acqua delle piogge invece di scaricarla tutta in una volta, e restituisce al terreno il verde che la casa gli ha tolto.

Sopra ci sono altre due cose. La striscia azzurra in pianta è un lucernario: una fessura lunga che porta la luce giù nel corridoio, la parte della casa che altrimenti rimarrebbe buia. E in fondo, dove arriva la scala, c’è uno spazio calpestabile — l’area a griglia arancione — per stare all’aperto o fare una grigliata, affacciato sul tetto a giardino.

Quindi il verde della casa sta in tre posti: il giardino intorno, la corte in mezzo, il prato sopra la testa. E si guardano l’uno con l’altro.

Tavola 1: pianta del piano terra, con il soggiorno aperto sulla piscina, la cucina, le camere e i bagni
Pianta del piano terra: in verde la corte, in blu la piscina, e i dieci metri e quaranta di scorrevoli sul lato lungo. Apri il PDF
Tavola 3: pianta della copertura, con l'area verde del tetto a giardino sopra la parte piena e la piscina in basso a sinistra
Pianta della copertura: in verde il vuoto sulla corte, in azzurro il lucernario del corridoio, in arancione lo spazio calpestabile. Il bianco intorno è il tetto a giardino. Apri il PDF
Tavola 2: pianta del piano sotterraneo, con la scala e il vano interrato
Il piano sotterraneo. Apri il PDF
Tavola 4: i due prospetti, con il muro pieno stratificato a destra e la vetrata continua sotto lo sbalzo
I prospetti: da una parte il pieno, dall’altra il vetro. Apri il PDF

Sui disegni. Nel cartiglio delle tavole c’è il nome di lavoro che il progetto aveva allora, e quello del referente della società committente: sono coperti, come faccio su tutte le tavole che pubblico. Restano la data e il titolo di ogni foglio.

Dove siamo

Il progetto è consegnato. Il cantiere non è ancora aperto, quindi questa casa per ora esiste solo così: in tre viste e quattro tavole.

Chiude però un cerchio che dice una cosa sul metodo. Nel 2010 la mia tesi di laurea, per un resort in Mozambico, sceglieva i materiali in base alla distanza dal cantiere e metteva la manodopera locale fra gli obiettivi invece che fra i costi. Qui, otto anni dopo e dall’altra parte del mondo, la casa è fatta con la terra rossa che sta sotto il lotto ed è costruita dalle persone che abitano intorno. Anni dopo ancora, sul lago di Como, quattro fornitori su cinque del nevaio stanno a meno di dieci chilometri dal cantiere.

Tre continenti, sedici anni, stessa domanda: che cosa c’è già qui?

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