Costruito e in fase conclusiva · Lago di Como
Piano Rancio, Bellagio — 2024–2026
Sotto la casa c’era un nevaio: una stanza di pietra interrata dove, prima dei frigoriferi, si pigiava la neve d’inverno per tenere il cibo fino all’estate.
Il committente è uno chef. Quando abbiamo aperto il seminterrato e trovato quel vano — muri a secco, una scala di pietra che scende al buio, due metri e sessanta sotto il piano di casa — la domanda non è stata se tenerlo. È stata come farlo vedere.
Da lì è venuto il nome del progetto, e anche il resto: il nevaio resta dov’è e resta di pietra, ma il soggiorno ci si affaccia sopra. Si scende nella stanza più vecchia della casa passando dalla più nuova.
Come leggere questa pagina. Le fotografie sono tutte mie, fatte con il telefono a ogni sopralluogo, dall’ottobre 2024 a oggi. Le ho scelte a coppie: stessa stanza, stesso punto in cui mi ero messo, mesi diversi. A sinistra il cantiere, a destra come sta adesso.
La casa era degli anni Settanta: intonaco bianco, persiane scure, un balcone di legno, il basamento in pietra. Non è stata demolita: è rimasta dov’era, ed è stata ampliata. La forma a due falde è la stessa, ma il tetto sopra è interamente nuovo — e le tegole sono quelle di prima, smontate una per una e rimesse sopra.
Quello che cambia è sotto e sopra: il basamento in pietra si allarga e diventa il piede di tutto l’edificio, l’intonaco passa a un giallo chiaro, la gronda si apre e il legno del tetto resta a vista.
Diciotto centimetri. Fra il muro vecchio e l’intonaco nuovo c’è un cappotto da 18 cm, su tutto l’edificio, senza interruzioni. È uno spessore che si sente: i davanzali diventano profondi, le finestre rientrano, i muri hanno lo spessore di una casa di montagna vera. E il tetto è tutto nuovo — struttura, isolamento, impermeabilizzazione: l’unica cosa che torna al suo posto sono le tegole.
Questa è la parte che non si vede in nessuna fotografia e che decide quanto costa scaldare la casa per i prossimi trent’anni.
E questo è quel disegno, costruito. Siamo al 2 febbraio 2026, con la neve: la casa è aperta da mesi e sopra ci è appena arrivata la struttura nuova, ancora nuda. Per qualche giorno il tetto si vede per quello che è — un’orditura di travi — prima che le tegole di prima tornino al loro posto e lo facciano sembrare lo stesso di sempre.
Una settimana dopo, il 9 febbraio, sopra l’orditura va il resto del pacchetto: lo stesso elenco che sulla tavola della stratigrafia sta in una colonna di parole, qui si posa a mano, su una falda in pendenza, in montagna, a febbraio.
Novembre 2025: la casa è aperta. I muri restano, dentro non c’è più niente, il tetto è stato smontato e le tegole messe da parte. Sotto, contro il muro a secco che regge la collina, si getta il solaio nuovo.
È la fase in cui un cantiere fa paura al committente, perché sembra che si stia buttando via tutto. In realtà è il contrario: si sta togliendo quello che era stato aggiunto negli anni, per vedere che cosa c’era davvero.
Questo è il cuore. Nel febbraio 2026 il vano è ancora quello che era: pietra a vista su tutti i lati, la scala che scende, calcinacci e una carriola. Nessun impianto, nessun pavimento, nessuna luce.
La scelta è stata togliere il meno possibile. I muri restano di pietra, puliti e stuccati ma non intonacati. A terra va un cotto variegato: un pavimento caldo, che si macchia e cambia con il tempo, scelto perché invecchiando migliora invece di consumarsi. Sotto c’è il riscaldamento a pavimento, lo stesso di tutta la casa: la stanza nata per tenere il freddo è l’unica che andava scaldata.
Il soggiorno si affaccia sul nevaio da un’apertura grande quanto un muro. Per mesi quel buco è rimasto chiuso da una transenna di cantiere in legno: due assi inchiodate, il minimo per non caderci dentro.
Quell’apertura, però, prima non c’era: è stata ricavata nel muro più grande, quello vecchio del nevaio, per collegare l’altra sala all’affaccio. A reggere il muro sopra il vuoto ci sono tre putrelle accoppiate. È il pezzo che rende possibile tutto il resto, e a lavori finiti resta in vista: il varco viene bordato da profili di metallo e le putrelle chiuse da una lastra di lamiera dello stesso colore, che non le nasconde — le dichiara. È una scelta: chi arriva qui deve capire che per raggiungere il nevaio e la sala da pranzo nuova qualcuno ha dovuto aprire un muro portante.
Al suo posto è andata una ringhiera bianca a fasce orizzontali. Bianca e sottile per una ragione precisa: davanti a un muro di pietra, una ringhiera scura o piena avrebbe fatto da tenda. Così invece sparisce, e quello che si vede è la pietra dietro.
Ma la ringhiera è solo metà del lavoro. Dove adesso si cammina prima c’era il vuoto del nevaio: è stata gettata una soletta nuova in calcestruzzo, che porta al terzo bagno — l’ingresso scuro a sinistra — e che ospiterà la sala da pranzo. Il vuoto rimasto aperto a destra non è un resto del cantiere: è da lì che scende la scala per arrivare al fondo del nevaio, dove c’è il cotto.
Il conto è semplice: si guadagnano metri quadri e un bagno, e non si perde il nevaio. Anzi. Dall’apertura rimasta si guarda giù e si vede il fondo in cotto, che da là sopra sembra un quadro appeso al contrario.
Il basamento della casa è rivestito in beola a spacco, posata a corsi. Prima arriva il cappotto — i pannelli scuri che si vedono ad aprile — poi la pietra ci va sopra, e nel punto in cui incontra un vecchio stipite lo lascia a vista.
La stessa pietra continua a terra, fuori: il piano davanti alla casa è lastricato con lastre irregolari, accostate una per una. Non c’è un punto in cui la casa finisce e comincia il giardino.
Dieci chilometri. I serramenti sono di un artigiano di Asso, la pietra di un marmista di Canzo: due paesi che stanno a pochi chilometri dal cantiere, e la pietra viene dalle stesse valli. Su cinque fornitori, quattro sono della zona. Non è campanilismo: una pietra che arriva da vicino costa meno di trasporto, invecchia come le altre che si vedono intorno, e se qualcosa va storto chi l’ha posata torna il giorno dopo.
Quei dieci chilometri, però, bisogna farli. La pietra non si ordina a metri quadri da un catalogo: si va in laboratorio a vederla, perché la beola non è un materiale uniforme — cambia colore, grana e venatura da una lastra all’altra, e due pezzi presi a caso non si assomigliano.
E non basta vederla: la scelta ultima si fa con la mano. Una lastra bisogna toccarla, perché la grana e la ruvidità non si vedono in fotografia — si sentono. Davanti al campione si decide in un attimo quello su cui, da soli in studio, si sarebbe tornati per settimane.
È lo stesso modo di lavorare dell’attico di Marina di Carrara, dove il marmo l’ho scelto in piedi fra le lastre, a pochi chilometri dalla casa. Cambia la pietra — là il Carrara, qui la beola — non il metodo: la si va a vedere dov’è, prima che diventi un rivestimento.
Le fotografie che seguono sono di due giornate a Canzo. La prima è del 23 luglio 2026: il blocco appena scelto, ancora intero.
Sei giorni dopo, il 29 luglio, i rivestimenti erano già tagliati su misura e stesi a terra nel piazzale, uno accanto all’altro, prima di essere caricati: è l’ultimo momento in cui si vedono tutti insieme, e l’ultimo in cui si può dire di no.
Sono la parte dove il prima e il dopo sono più brutali, perché un bagno in muratura non assomiglia per niente al bagno finito: è una scatola grigia con dei buchi nei muri.
Sopra ci vanno quattro strati, in quest’ordine. La pietra di Luserna a lastre grandi, fino al soffitto, senza fughe che disegnino righe. Il cotto a terra, lo stesso del nevaio, così la casa ha un solo pavimento caldo che ritorna. Il vetro: la doccia non ha un piatto né un gradino, è un pezzo di pavimento chiuso da una lastra. E, dove serve, il controsoffitto, che in tavola si chiama «grigliato bianco»: non un coperchio, ma un piano sospeso staccato dai muri, con la luce nella fessura tutt’intorno.
Dico dove serve perché non c’è dappertutto. Nel bagno piccolo, quello con la doccia, il tetto scende a vista: niente controsoffitto, restano le travi, e la pietra sale fin sotto il legno.
La scala interna era un blocco di cemento: rampa, gradini, pianerottolo, tutto colato in opera. A giugno era ancora così, grigia, con il tubo dell’aria appoggiato per terra.
Sopra ci è andato il rovere, gradino e alzata dello stesso legno del pavimento, con il bordo che sporge appena. La scala non è più un oggetto appoggiato dentro la casa: è il pavimento che sale.
Le stanze non arrivano al tetto. Si chiudono con un muro basso, e sopra il muro la parete arretra: resta una fascia in ombra, e più su la falda di legno che scende. È l’arretramento il punto del progetto.
Prima lì c’era il cartongesso. Adesso in quella fascia ci sono lastre di specchio a tutta larghezza: lo specchio prende il legno del tetto e lo ribalta, e la stanza sembra continuare oltre il muro. Chi entra vede due volte la stessa falda e non capisce subito dove finisce la casa.
Costa poco, e non si capisce da dove venga l’effetto: è esattamente il tipo di cosa che mi interessa.
Non tutte le fasce alte sono specchi, ed è bene non confonderle. Sopra gli altri muri bassi — la cucina del piano primo, la camera degli ospiti, il bagno degli ospiti — al posto dello specchio corre una striscia continua di vetro accoppiato bianco latte.
Fa il contrario dello specchio: non riflette e non lascia vedere. Porta la luce da una parte all’altra e si ferma lì. Dall’ingresso si legge come un unico nastro che gira sopra due volumi più bassi — in uno dei due c’è la cucina piccola — e sotto il tetto la casa resta una stanza sola, anche se dentro è divisa.
La stessa cosa succede in fondo alla scala: quella parete chiara che si vede scendendo è il bagno degli ospiti, e il vetro chiude la doccia piccola senza chiuderle la luce.
È la stanza da cui si vede tutto: il pavimento in resina continua, la scala in rovere che sale a sinistra, e in fondo il muro di pietra del nevaio con la sua ringhiera. Ad agosto era una stanza con un buco nel muro. A settembre è una stanza con una vista dentro la propria casa.
Al piano primo c’è una cucina piccola, già montata: frigo, forno, due fuochi a induzione, un lavello tondo, un metro e sessanta di fronte. Non è la cucina di casa. Serve solo a non dover fare le scale.
La cucina vera sta al piano terra, ed è in costruzione adesso: un’isola di 191 per 110 centimetri con il piano in pietra, i fuochi a induzione e l’aspirazione incassata nel piano invece che appesa sopra, cassetti e cassettoni su tutti e quattro i lati, più la parte a muro.
Sotto il piano dell’isola, tutt’intorno, corre una fascia di specchio. È lo stesso trucco delle pareti, applicato a un mobile: la fascia riflette il pavimento, e il blocco di pietra sembra non toccare terra. Per un committente che di mestiere sta ai fornelli, la cucina doveva essere l’oggetto più serio della casa — e insieme il più leggero da guardare.
L’esecutivo è del 25 maggio 2025. Nella sezione si legge la cosa che spiega il progetto meglio di qualunque foto: la casa sta su tre quote, e il nevaio è 2,60 metri sotto il piano d’ingresso.
Le tavole escono sulla carta intestata dello studio di famiglia, che porta due nomi. Alla riga «progettista» del cartiglio c’è il mio: questo progetto l’ho fatto io.
Il cantiere non è chiuso. Mancano gli arredi, il camino, la cucina; le fotografie del 18 settembre 2026 sono di una casa che si sta vestendo. La targa, però, è già al muro da agosto.
Avete un posto da rimettere in piedi? Mandatemi due righe su che cos’è e dove: vi dico che cosa ne penso, e se vale la pena vederlo insieme.