Ritratto di Matteo Gardino
Matteo GardinoArchitetto

Costruito e in fase conclusiva · Lago di Como

Il Nevaio dello Chef

Piano Rancio, Bellagio — 2024–2026

La casa finita: il volume intonacato di giallo chiaro, il basamento in pietra, il tetto in legno a vista e il balcone
Settembre 2026. La stessa casa che nel 2024 era da rifare.
Luogo
Piano Rancio, Bellagio (Como)
Anno
Rilievo ottobre 2024, esecutivo maggio 2025, cantiere da novembre 2025
Progetto
Matteo Gardino
Studio
Studio Gardino Architettura
Intervento
Ristrutturazione completa della casa e recupero del nevaio interrato
Involucro
Cappotto da 18 cm su tutto l’edificio; tetto interamente nuovo, tegole recuperate
Impresa
Brusadelli Costruzioni, Cesana Brianza
Pietra
Galli Marmi, Canzo — beola e pietra di Luserna
Serramenti
Falegnameria Arnaboldi, Canzo
Cotto
Fornace Brioni, Mantova
Arredi
Arredamenti Sormani, Asso — cucina del piano primo, isola in costruzione, armadiature
Fotografie
Matteo Gardino, con una fotografia di Federica Lattuada
Stato
Costruito e in fase conclusiva — finiture

Sotto la casa c’era un nevaio: una stanza di pietra interrata dove, prima dei frigoriferi, si pigiava la neve d’inverno per tenere il cibo fino all’estate.

Il committente è uno chef. Quando abbiamo aperto il seminterrato e trovato quel vano — muri a secco, una scala di pietra che scende al buio, due metri e sessanta sotto il piano di casa — la domanda non è stata se tenerlo. È stata come farlo vedere.

Da lì è venuto il nome del progetto, e anche il resto: il nevaio resta dov’è e resta di pietra, ma il soggiorno ci si affaccia sopra. Si scende nella stanza più vecchia della casa passando dalla più nuova.

Come leggere questa pagina. Le fotografie sono tutte mie, fatte con il telefono a ogni sopralluogo, dall’ottobre 2024 a oggi. Le ho scelte a coppie: stessa stanza, stesso punto in cui mi ero messo, mesi diversi. A sinistra il cantiere, a destra come sta adesso.

Da fuori

La casa era degli anni Settanta: intonaco bianco, persiane scure, un balcone di legno, il basamento in pietra. Non è stata demolita: è rimasta dov’era, ed è stata ampliata. La forma a due falde è la stessa, ma il tetto sopra è interamente nuovo — e le tegole sono quelle di prima, smontate una per una e rimesse sopra.

Quello che cambia è sotto e sopra: il basamento in pietra si allarga e diventa il piede di tutto l’edificio, l’intonaco passa a un giallo chiaro, la gronda si apre e il legno del tetto resta a vista.

Diciotto centimetri. Fra il muro vecchio e l’intonaco nuovo c’è un cappotto da 18 cm, su tutto l’edificio, senza interruzioni. È uno spessore che si sente: i davanzali diventano profondi, le finestre rientrano, i muri hanno lo spessore di una casa di montagna vera. E il tetto è tutto nuovo — struttura, isolamento, impermeabilizzazione: l’unica cosa che torna al suo posto sono le tegole.

Questa è la parte che non si vede in nessuna fotografia e che decide quanto costa scaldare la casa per i prossimi trent’anni.

Tavola esecutiva della copertura: vista assonometrica della travatura in legno lamellare con colmo, terzere, mensole e travetti, con i due lucernari sulla falda; accanto, sezione e prospetto
L’esecutivo della copertura. Non è un rifacimento del manto: colmo, terzere, mensole e travetti sono tutti nuovi, in lamellare, e sulla falda ci sono due lucernari. Delle tegole si riconosce solo che tornano sopra. Apri il PDF
Tavola della stratigrafia di copertura: pianta con i due lucernari FK06, le sezioni con le pendenze e l'elenco degli strati dal perlinato al listello reggitegola
E qui c’è lo spessore: perlinato, freno al vapore, lana di roccia 10 + 10, membrana traspirante, listelli di ventilazione, listelli reggitegola. In pianta, i due lucernari. Apri il PDF

E questo è quel disegno, costruito. Siamo al 2 febbraio 2026, con la neve: la casa è aperta da mesi e sopra ci è appena arrivata la struttura nuova, ancora nuda. Per qualche giorno il tetto si vede per quello che è — un’orditura di travi — prima che le tegole di prima tornino al loro posto e lo facciano sembrare lo stesso di sempre.

Febbraio 2026: la casa vista dalla strada con la neve a terra, coperta dalla sola orditura nuova di travi e perline chiare, senza tegole
Tutta la falda, nuova e nuda. Sotto, i muri sono quelli di prima.
Febbraio 2026: un operaio in piedi sulla copertura appena montata mentre la gru cala un carico, con il ponteggio intorno e la neve sul terreno
Si lavora in copertura e la gru cala il pezzo successivo. A febbraio, in montagna, con la neve ancora a terra.
Febbraio 2026: la nuova orditura vista da sotto, con le travi e il perlinato chiaro appoggiati sul muro vecchio in blocchi e sulla muratura di pietra
Da sotto si vede l’innesto: il legno nuovo appoggia sul muro vecchio. È l’unico punto in cui le due età della casa si toccano, ed è per questo che il tetto è stato rifatto tutto invece di essere rattoppato.

Una settimana dopo, il 9 febbraio, sopra l’orditura va il resto del pacchetto: lo stesso elenco che sulla tavola della stratigrafia sta in una colonna di parole, qui si posa a mano, su una falda in pendenza, in montagna, a febbraio.

Febbraio 2026: due uomini seduti a cavalcioni del colmo mentre stendono la membrana scura sulla falda, con la montagna innevata e gli abeti dietro
A cavalcioni del colmo. La membrana si stende in due, partendo dall’alto.
Febbraio 2026: la falda ripresa dal basso contro il cielo, con un uomo in piedi sul colmo in controluce e i listelli di legno appoggiati sulla membrana
Dal basso si capisce la pendenza meglio che da una sezione.
Febbraio 2026: la falda interamente coperta dalla membrana traspirante, con i listelli di ventilazione gia' inchiodati sopra e il bordo del pannello isolante chiaro lungo la gronda
E qui c’è tutto il pacchetto in una fotografia: il pannello isolante chiaro che si vede di taglio lungo la gronda, sopra la membrana traspirante, e sopra ancora i listelli di ventilazione — quelli che tengono le tegole staccate dal resto e lasciano correre l’aria. Le tegole, che sono quelle di prima, arrivano per ultime.
Ottobre 2024: la casa prima, vista dal prato, con l'abete blu a destra e la scala esterna in pietra
Ottobre 2024: com’era.
Luglio 2026: la stessa vista, la casa intonacata di giallo con il basamento in pietra e lo stesso abete
Luglio 2026: stesso abete, stessa scala.
Ottobre 2024: l'angolo con il portico del garage, la scala esterna e il vecchio portone
L’angolo del garage, prima.
Lo stesso angolo finito: il basamento rivestito in pietra a spacco, l'intonaco giallo sopra, il balcone nuovo in ferro nero e, sotto al balcone, il triangolo di vetro acidato che resta fra la falda inclinata del tetto di coppi e la linea orizzontale del balcone; in basso la porta chiara dell'ingresso esterno
Lo stesso angolo oggi. La pietra non arriva fino al terrazzo: l’ultimo pezzo, sotto il balcone, è un triangolo di vetro acidato. Di giorno porta luce naturale nel passaggio fra garage, ingresso esterno e ingresso dell’edificio; di notte illumina quella porzione, appena varcato il cancello elettrico con l’auto.

Quello che non si vede più

Novembre 2025: la casa è aperta. I muri restano, dentro non c’è più niente, il tetto è stato smontato e le tegole messe da parte. Sotto, contro il muro a secco che regge la collina, si getta il solaio nuovo.

È la fase in cui un cantiere fa paura al committente, perché sembra che si stia buttando via tutto. In realtà è il contrario: si sta togliendo quello che era stato aggiunto negli anni, per vedere che cosa c’era davvero.

Novembre 2025: il fronte con i muri aperti, il tetto smontato e le travi a vista
Novembre 2025: il tetto via, le tegole da parte.
Novembre 2025: il ferro del solaio nuovo posato contro il vecchio muro a secco in pietra
Il solaio nuovo appoggiato al muro a secco che c’era già.
Dicembre 2025 all'alba, con il cielo ancora blu: lo chalet visto di fianco, con il tetto e le tegole ancora interi sulla parte vecchia e l'ala di destra aperta, senza muri, ridotta ai soli pilastri di pietra e alle travi; sopra, il braccio della gru che cala un cassone
5 dicembre 2025, le sette e dodici. A sinistra la casa è ancora quella di sempre, tetto e tegole compresi. A destra non c’è più niente: restano i pilastri di pietra e le travi, e si vede attraverso. È l’ala che verrà ampliata, e quel vuoto diventerà la scala e il bagno degli ospiti. In alto la gru cala il cassone: in dicembre, in montagna, si comincia col buio.
La casa aperta vista dall'alto: il vecchio muro intonacato resta in piedi da solo, puntellato da travi di legno verticali, con il profilo del timpano tagliato via e la muratura sbrecciata in cima; intorno crescono i pilastri di calcestruzzo nelle casseforme e i muri nuovi in blocchi rossi
Ed è questo il momento che fa paura. Il muro vecchio è rimasto in piedi da solo, puntellato: il timpano gli è stato tagliato via e sopra si vede la muratura com’è fatta dentro. Tutt’intorno stanno crescendo i pilastri nuovi nelle casseforme e i muri in blocchi. Per qualche settimana la casa è esattamente questo — una parete sola, tenuta su da travi di legno, mentre il resto le si ricostruisce attorno.

Il nevaio

Questo è il cuore. Nel febbraio 2026 il vano è ancora quello che era: pietra a vista su tutti i lati, la scala che scende, calcinacci e una carriola. Nessun impianto, nessun pavimento, nessuna luce.

La scelta è stata togliere il meno possibile. I muri restano di pietra, puliti e stuccati ma non intonacati. A terra va un cotto variegato: un pavimento caldo, che si macchia e cambia con il tempo, scelto perché invecchiando migliora invece di consumarsi. Sotto c’è il riscaldamento a pavimento, lo stesso di tutta la casa: la stanza nata per tenere il freddo è l’unica che andava scaldata.

Febbraio 2026: il nevaio in pietra grezza, con la scala in pietra, i calcinacci e una carriola
Febbraio 2026: pietra, macerie, una carriola.
Luglio 2026: lo stesso vano con il pavimento in cotto variegato posato, che riempie tutta la stanza sotto i muri di pietra
Luglio 2026: il cotto posato, ancora senza cera. Ogni pezzo ha il suo disegno — è terracotta variegata, non piastrelle. Siamo nel punto più basso della casa, sotto il livello zero: questo pavimento è la fine del percorso. Lo si ammira da sopra, e lo si usa come secondo soggiorno.

Una stanza nuova all’interno del nevaio

Il soggiorno si affaccia sul nevaio da un’apertura grande quanto un muro. Per mesi quel buco è rimasto chiuso da una transenna di cantiere in legno: due assi inchiodate, il minimo per non caderci dentro.

Quell’apertura, però, prima non c’era: è stata ricavata nel muro più grande, quello vecchio del nevaio, per collegare l’altra sala all’affaccio. A reggere il muro sopra il vuoto ci sono tre putrelle accoppiate. È il pezzo che rende possibile tutto il resto, e a lavori finiti resta in vista: il varco viene bordato da profili di metallo e le putrelle chiuse da una lastra di lamiera dello stesso colore, che non le nasconde — le dichiara. È una scelta: chi arriva qui deve capire che per raggiungere il nevaio e la sala da pranzo nuova qualcuno ha dovuto aprire un muro portante.

Al suo posto è andata una ringhiera bianca a fasce orizzontali. Bianca e sottile per una ragione precisa: davanti a un muro di pietra, una ringhiera scura o piena avrebbe fatto da tenda. Così invece sparisce, e quello che si vede è la pietra dietro.

Ma la ringhiera è solo metà del lavoro. Dove adesso si cammina prima c’era il vuoto del nevaio: è stata gettata una soletta nuova in calcestruzzo, che porta al terzo bagno — l’ingresso scuro a sinistra — e che ospiterà la sala da pranzo. Il vuoto rimasto aperto a destra non è un resto del cantiere: è da lì che scende la scala per arrivare al fondo del nevaio, dove c’è il cotto.

Il conto è semplice: si guadagnano metri quadri e un bagno, e non si perde il nevaio. Anzi. Dall’apertura rimasta si guarda giù e si vede il fondo in cotto, che da là sopra sembra un quadro appeso al contrario.

Febbraio 2026: l'apertura appena fatta nel muro del nevaio, con le tre putrelle di ferro accoppiate a vista sopra il varco e la muratura rimboccata in mattoni ai lati
Febbraio 2026: il varco appena aperto, con le tre putrelle in opera.
Febbraio 2026: lo stesso varco visto di sbieco, con il profilo scuro delle putrelle che attraversa tutta la larghezza e il vuoto del nevaio oltre
Di sbieco si legge meglio: il ferro attraversa tutta la larghezza, e il muro si appoggia lì sopra.
Ottobre 2026: lo stesso varco finito, bordato da profili di metallo scuro, con una lastra di lamiera dello stesso colore che chiude le putrelle in alto; oltre, il muro di pietra, la ringhiera bianca e il corrimano che scende
Ottobre 2026: lo stesso varco, finito. I profili di metallo lo bordano e la lastra di lamiera chiude le putrelle restando del loro colore. Non è un modo di nasconderle: è il modo di dire che lì si è aperto un muro portante, e che è per questo che si entra.
La scala che scende al fondo del nevaio: i gradini di pietra e, contro il muro a secco, un corrimano di ferro scuro a due tratti che segue la pendenza
E da qui si scende. Il corrimano è un ferro scuro appoggiato al muro a secco, piegato per seguire la pendenza: contro una parete fatta di pietre tutte diverse, l’unica linea dritta della stanza.
Dicembre 2025, dentro il nevaio: il tavolato di legno che fa da fondo alla soletta nuova, con due muratori sopra che controllano; attorno i muri di pietra a secco, e in basso a sinistra un varco appena sfondato nella muratura
5 dicembre 2025, le otto del mattino. Il piano di legno su cui si vedono camminare i muratori non è un pavimento: è il cassero, il fondo provvisorio su cui la soletta viene gettata e che la regge finché il calcestruzzo non fa presa. Sotto c’è ancora il vuoto del nevaio e il fondo in cotto. Quando il legno viene tolto, quello diventa il pavimento della sala da pranzo. E il buco in basso a sinistra, sfondato da poco, è l’ingresso del bagno con la pietra e gli specchi.
Dicembre 2025, al piano piu' basso del nevaio: una selva di puntelli metallici rossi che sostiene da sotto il tavolato della soletta appena gettata, fra i muri di pietra; in mezzo si intravede una persona al lavoro
Diciotto giorni dopo, e da sotto. Questa è la stessa soletta vista dal piano più basso, quello del cotto: una selva di puntelli che la tiene su mentre il calcestruzzo fa presa. Non si tolgono quando il getto è finito, si tolgono settimane dopo — una soletta nuova sta in piedi da sola solo alla fine.
Giugno 2026: l'apertura sul nevaio chiusa da una transenna di cantiere in legno
Giugno 2026: la transenna di cantiere.
Agosto 2026: la soletta nuova con il pavimento posato, la ringhiera bianca sull'apertura verso il nevaio, il fondo in cotto che si vede sotto e l'ingresso scuro del terzo bagno sulla sinistra
Agosto 2026: la soletta nuova, e sotto il cotto. A sinistra l’ingresso scuro del terzo bagno, a destra il vuoto da cui si scende al fondo. Qui davanti andrà la sala da pranzo.
Settembre 2026: la ringhiera bianca contro il muro di pietra del nevaio, vista dal soggiorno
Settembre 2026. La ringhiera fa il suo mestiere e non si mette in mezzo.
Il fondo del nevaio ripreso dal basso: pareti in pietra a spacco, pavimento in cotto variegato, soffitto in calcestruzzo con i segni del tavolato, e la scala di pietra con la ringhiera di ferro nero a due tratti
Ottobre 2026, dal basso: il fondo finito, con il cotto posato e la scala di pietra che adesso ha la sua ringhiera. A settembre, un mese prima, ancora non c’era.

La pietra

Il basamento della casa è rivestito in beola a spacco, posata a corsi. Prima arriva il cappotto — i pannelli scuri che si vedono ad aprile — poi la pietra ci va sopra, e nel punto in cui incontra un vecchio stipite lo lascia a vista.

La stessa pietra continua a terra, fuori: il piano davanti alla casa è lastricato con lastre irregolari, accostate una per una. Non c’è un punto in cui la casa finisce e comincia il giardino.

Aprile 2026: il cappotto scuro sul muro, con l'inizio del rivestimento in pietra attorno a un vecchio stipite
Aprile 2026: il cappotto, e lo stipite lasciato scoperto.
Giugno 2026: la pietra posata sul muro e le lastre irregolari della pavimentazione esterna in corso di posa
Giugno 2026: la pietra sale sul muro e continua a terra.

Dieci chilometri. I serramenti sono di un artigiano di Asso, la pietra di un marmista di Canzo: due paesi che stanno a pochi chilometri dal cantiere, e la pietra viene dalle stesse valli. Su cinque fornitori, quattro sono della zona. Non è campanilismo: una pietra che arriva da vicino costa meno di trasporto, invecchia come le altre che si vedono intorno, e se qualcosa va storto chi l’ha posata torna il giorno dopo.

Dal marmista

Quei dieci chilometri, però, bisogna farli. La pietra non si ordina a metri quadri da un catalogo: si va in laboratorio a vederla, perché la beola non è un materiale uniforme — cambia colore, grana e venatura da una lastra all’altra, e due pezzi presi a caso non si assomigliano.

E non basta vederla: la scelta ultima si fa con la mano. Una lastra bisogna toccarla, perché la grana e la ruvidità non si vedono in fotografia — si sentono. Davanti al campione si decide in un attimo quello su cui, da soli in studio, si sarebbe tornati per settimane.

È lo stesso modo di lavorare dell’attico di Marina di Carrara, dove il marmo l’ho scelto in piedi fra le lastre, a pochi chilometri dalla casa. Cambia la pietra — là il Carrara, qui la beola — non il metodo: la si va a vedere dov’è, prima che diventi un rivestimento.

Nel capannone del marmista: Matteo Gardino, in maglione arancione, tiene in mano una tavola di progetto e parla con il marmista Giorgio Galli, a braccia conserte; dietro di loro le lastre di pietra in piedi e i pezzi gia' tagliati sui pallet
E si va con la tavola in mano. Qui sto decidendo con Giorgio Galli i rivestimenti dei bagni: da una parte il disegno, dall’altra chi la pietra la taglia tutti i giorni e sa cosa regge e cosa si scheggia. Quasi sempre la soluzione esce da questa conversazione, non dal disegno di prima. Crediti fotografici: Federica Lattuada.

Le fotografie che seguono sono di due giornate a Canzo. La prima è del 23 luglio 2026: il blocco appena scelto, ancora intero.

Luglio 2026: l’interno del laboratorio del marmista, una grande lastra di pietra chiara appesa al carroponte con un uomo accanto che la accompagna, e le file di lastre in piedi lungo le pareti del capannone
23 luglio: il primo spaccato di Luserna, scelto. Da questo blocco escono i rivestimenti, e per questo lo si va a vedere prima che lo taglino: dopo non si torna indietro.
Luglio 2026: l’interno del laboratorio del marmista, con il carroponte giallo, le macchine da taglio e una lastra appoggiata su un pallet
E qui vengono tagliati: il carroponte, le macchine, e una lastra sul pallet in attesa. Dieci chilometri da casa.

Sei giorni dopo, il 29 luglio, i rivestimenti erano già tagliati su misura e stesi a terra nel piazzale, uno accanto all’altro, prima di essere caricati: è l’ultimo momento in cui si vedono tutti insieme, e l’ultimo in cui si può dire di no.

Luglio 2026: il piazzale davanti al laboratorio del marmista, con le lastre di beola tagliate stese sull'asfalto su pallet di legno, un muletto rosso davanti al capannone e la montagna sullo sfondo
Il piazzale del laboratorio. Le lastre sono già tagliate e stese per terra una per una. L’ombra in basso è di chi fotografa: ci sono andato a vederle.
Luglio 2026: gli stessi pezzi visti dall'alto, con gli incavi ritagliati per i rubinetti, i fori tondi degli scarichi e i profili a gradino
Dall’alto si capisce che non sono lastre: sono pezzi. Gli incavi, i fori tondi, i profili a gradino — ognuno ha già dentro il suo posto in casa.

I bagni

Sono la parte dove il prima e il dopo sono più brutali, perché un bagno in muratura non assomiglia per niente al bagno finito: è una scatola grigia con dei buchi nei muri.

Sopra ci vanno quattro strati, in quest’ordine. La pietra di Luserna a lastre grandi, fino al soffitto, senza fughe che disegnino righe. Il cotto a terra, lo stesso del nevaio, così la casa ha un solo pavimento caldo che ritorna. Il vetro: la doccia non ha un piatto né un gradino, è un pezzo di pavimento chiuso da una lastra. E, dove serve, il controsoffitto, che in tavola si chiama «grigliato bianco»: non un coperchio, ma un piano sospeso staccato dai muri, con la luce nella fessura tutt’intorno.

Dico dove serve perché non c’è dappertutto. Nel bagno piccolo, quello con la doccia, il tetto scende a vista: niente controsoffitto, restano le travi, e la pietra sale fin sotto il legno.

Giugno 2026: il bagno in muratura, con il piatto doccia appena posato e i muri al grezzo
Giugno 2026: il primo bagno, ancora muratura.
Settembre 2026: lo stesso bagno finito, con la doccia in vetro, il lavabo cilindrico, il pavimento in cotto e le travi del tetto a vista
Settembre 2026: lo stesso angolo. Qui il controsoffitto non c’è: sopra la pietra ci sono le travi.
Giugno 2026: il secondo bagno al grezzo, muri in cemento e massetto, con il controsoffitto già in orditura
Giugno 2026: muri grigi e un buco per l’acqua.
Agosto 2026: lo stesso bagno con le lastre di pietra di Luserna, il cotto a terra, il vetro della doccia e la luce lineare nel controsoffitto
Agosto 2026: pietra, cotto, vetro, e la luce nella fessura.
Il bagno principale ripreso da dentro la doccia, oltre lo spigolo della lastra di vetro: a sinistra la parete di pietra, al centro vaso e bidet sospesi, a destra la finestra con lo specchio a fascia e sotto un piano di legno massello col bordo a spacco
Lo stesso bagno visto da dentro la doccia. Sotto la finestra c’è un piano di legno massello, col bordo lasciato a spacco. Prima lì non c’era niente, era il muro. È l’unico pezzo caldo in una stanza di pietra, ed è messo dove ci si ferma.
Lo stesso bagno verso la finestra: sul piano di legno massello il lavabo tondo Laufen con il miscelatore alto, lo specchio a fascia con la luce led, le pareti in pietra grigia e il pavimento in cotto
Ottobre 2026: sul piano è arrivato il pezzo che mancava. Il lavabo Laufen, tondo e appoggiato, e il miscelatore della stessa linea. Nella fotografia qui accanto il piano c’era già: aspettava solo lui.
Settembre 2026: il posatore monta la lastra di specchio sopra il rivestimento in pietra del bagno
18 settembre 2026: lo specchio va su.
Il bagno a specchi montati: lavabo cilindrico a colonna con rubinetto a muro, rivestimento in pietra grigia che si interrompe con un bordo a gradini e riparte nel riflesso, strisce LED a soffitto e a pavimento, bidet e wc sospesi sul fondo, e l’architetto riflesso mentre fotografa
A specchi montati, la stanza raddoppia. La pietra si interrompe con un bordo a gradini e nel riflesso riparte come se continuasse: l’intreccio non esiste, lo fanno lo specchio e la luce nella fessura.

La scala

La scala interna era un blocco di cemento: rampa, gradini, pianerottolo, tutto colato in opera. A giugno era ancora così, grigia, con il tubo dell’aria appoggiato per terra.

Sopra ci è andato il rovere, gradino e alzata dello stesso legno del pavimento, con il bordo che sporge appena. La scala non è più un oggetto appoggiato dentro la casa: è il pavimento che sale.

Giugno 2026: la scala interna in cemento grezzo, vista dal basso, fra due muri intonacati
Giugno 2026.
Settembre 2026: la stessa scala rivestita in rovere, con i segnapasso incassati nel muro
Settembre 2026. Stesso punto, stessa inquadratura.

Gli specchi

Le stanze non arrivano al tetto. Si chiudono con un muro basso, e sopra il muro la parete arretra: resta una fascia in ombra, e più su la falda di legno che scende. È l’arretramento il punto del progetto.

Prima lì c’era il cartongesso. Adesso in quella fascia ci sono lastre di specchio a tutta larghezza: lo specchio prende il legno del tetto e lo ribalta, e la stanza sembra continuare oltre il muro. Chi entra vede due volte la stessa falda e non capisce subito dove finisce la casa.

Costa poco, e non si capisce da dove venga l’effetto: è esattamente il tipo di cosa che mi interessa.

Il soggiorno in agosto: sopra il muro basso c'è ancora il cartongesso grezzo, con gli stucchi a vista
Senza. Agosto 2026: sopra il muro basso c’è ancora il cartongesso, con gli stucchi a vista.
Lo stesso soggiorno in settembre: al posto del cartongesso c'è lo specchio, e il tetto in travi si vede una seconda volta
Con gli specchi. Settembre: al suo posto c’è lo specchio, e il tetto si vede una seconda volta.

La striscia di vetro

Non tutte le fasce alte sono specchi, ed è bene non confonderle. Sopra gli altri muri bassi — la cucina del piano primo, la camera degli ospiti, il bagno degli ospiti — al posto dello specchio corre una striscia continua di vetro accoppiato bianco latte.

Fa il contrario dello specchio: non riflette e non lascia vedere. Porta la luce da una parte all’altra e si ferma lì. Dall’ingresso si legge come un unico nastro che gira sopra due volumi più bassi — in uno dei due c’è la cucina piccola — e sotto il tetto la casa resta una stanza sola, anche se dentro è divisa.

La stessa cosa succede in fondo alla scala: quella parete chiara che si vede scendendo è il bagno degli ospiti, e il vetro chiude la doccia piccola senza chiuderle la luce.

L'ingresso: la striscia continua di vetro accoppiato bianco latte corre sopra due volumi più bassi, in uno dei quali c'è la cucina piccola
Dall’ingresso: un nastro solo sopra due volumi bassi. In uno dei due c’è la cucina piccola.
La camera degli ospiti a luci accese: pavimento in rovere, pareti chiare, la striscia di vetro accoppiato bianco latte sopra il muro basso e, oltre, il vecchio muro in pietra del nevaio illuminato dal basso, sotto le travi nuove del tetto
La camera degli ospiti, a luci accese. La pietra in alto non è un riflesso: è il vecchio muro del nevaio, quello sopra il bagno della camera principale. Adesso una luce lo prende dal basso, e lo fa risaltare quel tanto che basta.
La scala vista dall'alto il 4 settembre: il cotto sul bordo dei parapetti, la scala in rovere che scende e in fondo il vetro bianco latte del bagno degli ospiti
4 settembre: il cotto corre sul bordo dei parapetti e in fondo c’è il vetro del bagno degli ospiti.
La stessa inquadratura il 18 settembre: è stata montata la balaustra in vetro e acciaio sopra il vuoto della scala
18 settembre, stessa inquadratura: è arrivata la balaustra in vetro e acciaio. Cotto sui bordi, vetro davanti, vetro in fondo. Il vuoto che si vede verrà riempito da un mobile fatto su misura, ancora da costruire.

Il soggiorno

È la stanza da cui si vede tutto: il pavimento in resina continua, la scala in rovere che sale a sinistra, e in fondo il muro di pietra del nevaio con la sua ringhiera. Ad agosto era una stanza con un buco nel muro. A settembre è una stanza con una vista dentro la propria casa.

Agosto 2026: il soggiorno con il pavimento in resina grigia e l'apertura sul nevaio con la ringhiera appena montata
Agosto 2026: il soggiorno e l’apertura sul nevaio.
Settembre 2026: lo stesso soggiorno, con la scala in rovere a sinistra e il nevaio in fondo
Settembre 2026: a sinistra la scala, in fondo il nevaio.

Le due cucine

Al piano primo c’è una cucina piccola, già montata: frigo, forno, due fuochi a induzione, un lavello tondo, un metro e sessanta di fronte. Non è la cucina di casa. Serve solo a non dover fare le scale.

La cucina vera sta al piano terra, ed è in costruzione adesso: un’isola di 191 per 110 centimetri con il piano in pietra, i fuochi a induzione e l’aspirazione incassata nel piano invece che appesa sopra, cassetti e cassettoni su tutti e quattro i lati, più la parte a muro.

Sotto il piano dell’isola, tutt’intorno, corre una fascia di specchio. È lo stesso trucco delle pareti, applicato a un mobile: la fascia riflette il pavimento, e il blocco di pietra sembra non toccare terra. Per un committente che di mestiere sta ai fornelli, la cucina doveva essere l’oggetto più serio della casa — e insieme il più leggero da guardare.

La cucina piccola del piano primo vista dall'apertura: ante in rovere, piano in pietra scura, pavimento in rovere
La cucina del piano primo: quella che evita le scale.
Dettaglio del piano in pietra scura venata: il lavello e lo scolapiatti sono scavati nello stesso blocco
Il lavello non è appoggiato sul piano: è scavato dentro, scolapiatti compreso.
Tavola AR 1: l'isola della cucina al piano terra, pianta, quattro prospetti e sezioni, scala 1:20
L’isola del piano terra, 1:20. Apri il PDF
Tavola AR 2: la cucina del piano primo, pianta, prospetto e sezione, scala 1:20
La cucina del piano primo, 2 gennaio 2026. Apri il PDF

I disegni

L’esecutivo è del 25 maggio 2025. Nella sezione si legge la cosa che spiega il progetto meglio di qualunque foto: la casa sta su tre quote, e il nevaio è 2,60 metri sotto il piano d’ingresso.

Le tavole escono sulla carta intestata dello studio di famiglia, che porta due nomi. Alla riga «progettista» del cartiglio c’è il mio: questo progetto l’ho fatto io.

Tavola A3: le sezioni A-A e B-B dell'intero edificio, con le quote dei tre piani
Sezioni A-A e B-B, esecutivo, 1:20. Apri il PDF
Tavola A2: pianta del piano terra, esecutivo, con la cucina a isola, il camino e il vano del nevaio
Piano terra. Apri il PDF
Tavola A1: pianta del piano primo, esecutivo, con le camere e i bagni
Piano primo. Apri il PDF
Tavola dello stato di fatto: piante del piano terra e del piano seminterrato quotate, novembre 2024
Lo stato di fatto, novembre 2024: il rilievo da cui è partito tutto. Apri il PDF

Dove siamo

Il cantiere non è chiuso. Mancano gli arredi, il camino, la cucina; le fotografie del 18 settembre 2026 sono di una casa che si sta vestendo. La targa, però, è già al muro da agosto.

La targa ovale in metallo sul pilastro intonacato: «il Nevaio dello Chef», architetto Matteo Gardino, impresa edile Brusadelli Costruzioni, agosto 2026
Agosto 2026: la targa sul pilastro.

Avete un posto da rimettere in piedi? Mandatemi due righe su che cos’è e dove: vi dico che cosa ne penso, e se vale la pena vederlo insieme.

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Iscritto all’Ordine degli Architetti di Milano, matricola 19187 © Matteo Gardino. Progetti, disegni e testi sono miei; le fotografie e i render sono di chi è indicato in ciascuna scheda.
Si può citare con un collegamento; per riusare qualcosa, chiedetemelo.