Chi sono
Milano — 1985
Sono nato a Milano nel 1985 e lavoro a Milano, in via dell’Annunciata 23/2, nello Studio Gardino Architettura. Lo studio l’ha aperto mio padre Alberto nel 1976, appena laureato; io ci sono entrato nel 2011.
Mi sono laureato nel 2010 al Politecnico di Milano, in Architettura Ambientale. La tesi non era un esercizio: era un resort a Murrebue, in Mozambico, chiesto da un committente vero mentre ero ancora studente. La storia e le tavole stanno in questa pagina.
Da lì ho imparato la cosa che uso ancora: prima di disegnare, misurare quanto costa portare un materiale fin dove serve. In Mozambico si misurava in chilometri.
Sono entrato nello studio di Cini Boeri, in via Cappuccio, con un tirocinio universitario di tre mesi. Ci sono rimasto un anno e mezzo, perché alla fine dei tre mesi è stata lei a chiedermi di restare.
Lì ho visto come si lavora davvero in uno studio: progetti di architettura e tutto il mobilio — anche per marchi come Arflex — con la stessa cura nella scelta dei materiali per una casa e per una seduta.
Da allora mi diverto a fare pezzi unici di design. È per questo che in queste pagine, accanto ai progetti degli appartamenti, ho messo anche le tavole di qualche esempio: un tavolo, una lampada, un anello, un paio di orecchini.
Dopo la laurea sono andato in Enex, come aiuto del responsabile della sicurezza in cantiere, e a lavorare su ristrutturazioni pubbliche a Milano. Non è stato un ripiego: volevo vedere da vicino la parte del mestiere che i disegni non raccontano — le squadre, i tempi, le cose che in opera non tornano.
Poi sono andato in Brasile, per un anno, diviso fra lo studio di Paulo Mendes da Rocha e Lovisaro Arquitetura e Design.
Da Mendes da Rocha non ero pagato. Come compenso mi ha regalato una poltrona Paulistano, la seduta che aveva disegnato lui nel 1957: un tondino d’acciaio piegato e una pelle tesa. Me l’ha fatta recapitare a casa nell’aprile del 2013, quando è venuto in Italia a ritirare un premio a Venezia: è passato prima da Milano e mi ha portato fuori a cena. La poltrona sta in un trilocale di Brera che ho ristrutturato qualche anno dopo. Nelle fotografie pubblicate di quella casa si vede, e non l’ha mai notata nessuno.
In Brasile è nato anche il primo lavoro fatto per intero fuori dall’Italia: una panineria italiana a São Paulo, disegnata sul posto, in uno spazio affittato apposta.
C’è una coincidenza che ho scoperto tardi. Mio padre, al Politecnico, è stato prima studente di Marco Zanuso, poi suo assistente alla cattedra, e infine progettista nel suo studio — e lo è stato mentre mandava avanti il proprio, in parallelo, per anni. Cini Boeri, da cui sono passato io, nello studio di Zanuso aveva lavorato undici anni, prima di aprire il proprio.
Nessuno dei due l’ha scelto per quel motivo: lui si è laureato nel 1976, io nel 2010. Ma la scuola è la stessa, e si riconosce nel modo di lavorare: pochi materiali, costruiti bene, e nessuna voglia di stupire.
Sono iscritto all’Ordine degli Architetti di Milano dal 2015, matricola 19187, e faccio il progettista e il direttore dei lavori.
Lavoro principalmente nella ristrutturazione: appartamenti, cascinali da recuperare, sedi e uffici da rimettere in piedi, negozi d’abbigliamento, ville, e il recupero di ruderi dove di «costruito» ci sono solo la vegetazione e il terreno circostante. Fuori dall’Italia ho lavorato in Svizzera, Brasile, Messico, Cile, Sri Lanka e a Dubai; negli Stati Uniti, all’occorrenza, come associato esterno dello studio di Larry S. Davis, a Houston. In Messico seguo i progetti insieme a mio fratello Saverio.
Il resto di quello che penso sul mestiere sta scritto nei progetti, che è il posto giusto.
Sono una persona che vive di emozioni, e che prova a emozionarsi e a meravigliarsi come un bambino, ogni singolo giorno, anche per le cose più piccole che gli capita di vedere: una luce che entra di taglio, un materiale invecchiato bene, un cortile che si apre dove non te l’aspetti.
Non è un modo di dire messo qui per far bella figura: è il materiale con cui lavoro. Tutto quello che mi colpisce finisce in un bagaglio personale che continua ad alimentarsi, e prima o poi torna fuori in un progetto — in una riga di luce sulla parete di una camera, in uno specchio messo dove il muro finisce, in una poltrona portata dall’altra parte del mondo e messa in un trilocale di Brera.
In questo mi ha aiutato molto viaggiare, e viaggiare tanto: ho strutturato ogni percorso attorno alle architetture da andare a vedere dal vivo, e non soltanto sui libri. In Giappone, per dirne una, sono andato a vedere quasi tutte le opere di Tadao Ando.
Corro in kart, categoria kz 125 a marce, in un campionato semiprofessionistico. Non è un passatempo comodo: si guida con il corpo, si sbaglia di un decimo e si perde, e il mezzo va preparato ogni volta.
Ci tengo perché assomiglia al mestiere più di quanto sembri: conta la ripetizione, non il colpo di genio.
E il mezzo, alla fine, è un progetto anche lui: la carrozzeria del mio kart l’ho disegnata io, dal nero al bianco alla riga rossa che tiene insieme le due metà.
Se siete arrivati fin qui e avete una casa, un ufficio o un rudere da rimettere in piedi, il modo più semplice è dirmelo.