Ritratto di Matteo Gardino
Matteo GardinoArchitetto

Chi sono

Una scuola, due volte

Milano — 1985

Ritratto in bianco e nero: Matteo Gardino in piedi al tavolo da disegno dello studio, una mano sul fianco e l’altra appoggiata sui fogli, gli scaffali metallici alle spalle
In studio, al tavolo da disegno.

Sono nato a Milano nel 1985 e lavoro a Milano, in via dell’Annunciata 23/2, nello Studio Gardino Architettura. Lo studio l’ha aperto mio padre Alberto nel 1976, appena laureato; io ci sono entrato nel 2011.

Alberto Gardino disegna a mano un mobile in assonometria sul tavolo da disegno dello studio, Matteo Gardino seduto di fronte indica un punto del foglio
Mio padre Alberto e io, al tavolo da disegno: lo studio lo portiamo avanti insieme. Lui disegna a mano, io sto dall’altra parte del foglio.

Il Politecnico, e il Mozambico

Mi sono laureato nel 2010 al Politecnico di Milano, in Architettura Ambientale. La tesi non era un esercizio: era un resort a Murrebue, in Mozambico, chiesto da un committente vero mentre ero ancora studente. La storia e le tavole stanno in questa pagina.

Da lì ho imparato la cosa che uso ancora: prima di disegnare, misurare quanto costa portare un materiale fin dove serve. In Mozambico si misurava in chilometri.

Da Cini Boeri

Sono entrato nello studio di Cini Boeri, in via Cappuccio, con un tirocinio universitario di tre mesi. Ci sono rimasto un anno e mezzo, perché alla fine dei tre mesi è stata lei a chiedermi di restare.

Lì ho visto come si lavora davvero in uno studio: progetti di architettura e tutto il mobilio — anche per marchi come Arflex — con la stessa cura nella scelta dei materiali per una casa e per una seduta.

Da allora mi diverto a fare pezzi unici di design. È per questo che in queste pagine, accanto ai progetti degli appartamenti, ho messo anche le tavole di qualche esempio: un tavolo, una lampada, un anello, un paio di orecchini.

Alla Triennale di Milano per il millesimo numero di Domus: Matteo Gardino con Stefano Boeri e Giovanna Mazzocchi, davanti al manifesto domusMILLE
Alla Triennale, per il millesimo numero di Domus: con Stefano Boeri, figlio di Cini, e la dottoressa Giovanna Mazzocchi, editrice di Domus, che quella sera l’aveva organizzata.

Il cantiere, prima dello studio

Dopo la laurea sono andato in Enex, come aiuto del responsabile della sicurezza in cantiere, e a lavorare su ristrutturazioni pubbliche a Milano. Non è stato un ripiego: volevo vedere da vicino la parte del mestiere che i disegni non raccontano — le squadre, i tempi, le cose che in opera non tornano.

Un anno a São Paulo

Poi sono andato in Brasile, per un anno, diviso fra lo studio di Paulo Mendes da Rocha e Lovisaro Arquitetura e Design.

Da Mendes da Rocha non ero pagato. Come compenso mi ha regalato una poltrona Paulistano, la seduta che aveva disegnato lui nel 1957: un tondino d’acciaio piegato e una pelle tesa. Me l’ha fatta recapitare a casa nell’aprile del 2013, quando è venuto in Italia a ritirare un premio a Venezia: è passato prima da Milano e mi ha portato fuori a cena. La poltrona sta in un trilocale di Brera che ho ristrutturato qualche anno dopo. Nelle fotografie pubblicate di quella casa si vede, e non l’ha mai notata nessuno.

In Brasile è nato anche il primo lavoro fatto per intero fuori dall’Italia: una panineria italiana a São Paulo, disegnata sul posto, in uno spazio affittato apposta.

Nello studio di Paulo Mendes da Rocha a San Paolo: lui sfoglia un album di disegni seduto al tavolo di legno, Matteo Gardino ascolta, dietro una lavagna verde
Nel suo studio a São Paulo, davanti alla lavagna.
Paulo Mendes da Rocha e Matteo Gardino in una trattoria milanese, la sera del premio
A Milano, la sera della cena: era in Italia per un premio a Venezia. Da quel passaggio mi è arrivata a casa la Paulistano.
Biglietto autografo di Paulo Mendes da Rocha: la dedica a penna «Para Matteo com o abraço do», sotto un disegno tirato con una linea sola che termina nella firma, e la data 4.2013
Il biglietto che accompagnava la poltrona, di suo pugno: «Para Matteo com o abraço do», e sotto una linea sola che corre e alla fine diventa la firma. In basso, la data: 4.2013.

La stessa scuola, a trentaquattro anni di distanza

C’è una coincidenza che ho scoperto tardi. Mio padre, al Politecnico, è stato prima studente di Marco Zanuso, poi suo assistente alla cattedra, e infine progettista nel suo studio — e lo è stato mentre mandava avanti il proprio, in parallelo, per anni. Cini Boeri, da cui sono passato io, nello studio di Zanuso aveva lavorato undici anni, prima di aprire il proprio.

Nessuno dei due l’ha scelto per quel motivo: lui si è laureato nel 1976, io nel 2010. Ma la scuola è la stessa, e si riconosce nel modo di lavorare: pochi materiali, costruiti bene, e nessuna voglia di stupire.

Alberto e Matteo Gardino all'aperto, chini su una planimetria srotolata su un tavolo di pietra, fra i muri di un edificio in costruzione
E sul posto: la pianta srotolata su un tavolo di pietra.

Oggi

Sono iscritto all’Ordine degli Architetti di Milano dal 2015, matricola 19187, e faccio il progettista e il direttore dei lavori.

Lavoro principalmente nella ristrutturazione: appartamenti, cascinali da recuperare, sedi e uffici da rimettere in piedi, negozi d’abbigliamento, ville, e il recupero di ruderi dove di «costruito» ci sono solo la vegetazione e il terreno circostante. Fuori dall’Italia ho lavorato in Svizzera, Brasile, Messico, Cile, Sri Lanka e a Dubai; negli Stati Uniti, all’occorrenza, come associato esterno dello studio di Larry S. Davis, a Houston. In Messico seguo i progetti insieme a mio fratello Saverio.

Il resto di quello che penso sul mestiere sta scritto nei progetti, che è il posto giusto.

Un bagaglio che continua a riempirsi

Sono una persona che vive di emozioni, e che prova a emozionarsi e a meravigliarsi come un bambino, ogni singolo giorno, anche per le cose più piccole che gli capita di vedere: una luce che entra di taglio, un materiale invecchiato bene, un cortile che si apre dove non te l’aspetti.

Non è un modo di dire messo qui per far bella figura: è il materiale con cui lavoro. Tutto quello che mi colpisce finisce in un bagaglio personale che continua ad alimentarsi, e prima o poi torna fuori in un progetto — in una riga di luce sulla parete di una camera, in uno specchio messo dove il muro finisce, in una poltrona portata dall’altra parte del mondo e messa in un trilocale di Brera.

In questo mi ha aiutato molto viaggiare, e viaggiare tanto: ho strutturato ogni percorso attorno alle architetture da andare a vedere dal vivo, e non soltanto sui libri. In Giappone, per dirne una, sono andato a vedere quasi tutte le opere di Tadao Ando.

La Row House di Tadao Ando a Sumiyoshi: un muro di cemento cieco con una stretta fessura d'ingresso, incastrato fra le case tradizionali di una via stretta di Osaka
La Row House a Sumiyoshi, Osaka, 1976: un muro di cemento cieco incastrato fra le case vecchie, e una sola fessura per entrare. È l’opera che ha fatto conoscere Ando.
Matteo Gardino seduto dentro la Row House, fra le pareti di cemento: una fessura di luce, la scala di blocchi che sale verso il cortile e un alberello in vaso
Dentro ci sono entrato. Il cortile aperto taglia la casa a metà e la luce arriva tutta da lì; per passare da una stanza all’altra si attraversa lo scoperto, anche quando piove. In basso a destra, infatti, ci sono gli ombrelli.
Matteo Gardino con una valigia in mano, in piedi dentro un varco aperto in un muro di cemento a vista, sotto le capriate di legno della vecchia dogana e sopra un pavimento di vetro illuminato
E un Ando sta anche in Italia: Punta della Dogana, a Venezia. Dentro i muri e le capriate della dogana vecchia, una scatola di cemento che non prova a sembrare antica. La valigia in mano, perché queste cose vado a vedermele.

Fuori dallo studio

Corro in kart, categoria kz 125 a marce, in un campionato semiprofessionistico. Non è un passatempo comodo: si guida con il corpo, si sbaglia di un decimo e si perde, e il mezzo va preparato ogni volta.

Ci tengo perché assomiglia al mestiere più di quanto sembri: conta la ripetizione, non il colpo di genio.

E il mezzo, alla fine, è un progetto anche lui: la carrozzeria del mio kart l’ho disegnata io, dal nero al bianco alla riga rossa che tiene insieme le due metà.

Matteo Gardino in tuta da corsa nera con guanti rossi, in piedi nel paddock di un circuito
Cercare la precisione, e ogni volta provare a spostare un po’ più in là il proprio limite.
Matteo Gardino seduto nel suo kart con il casco in mano: carrozzeria nera e bianca con una riga rossa continua, il numero 22 sul cofano e il nome sulla fiancata
Oltre a disegnare le carene, ho seguito la costruzione: dalla scelta del telaio al colore da dargli, fino alla messa in moto.

Se siete arrivati fin qui e avete una casa, un ufficio o un rudere da rimettere in piedi, il modo più semplice è dirmelo.

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Studio Gardino Architettura Via dell’Annunciata 23/2 — 20121 Milano (MI) — Italia
+39 339 5432622 — P. IVA 10329750961
Iscritto all’Ordine degli Architetti di Milano, matricola 19187 © Matteo Gardino. Progetti, disegni e testi sono miei; le fotografie e i render sono di chi è indicato in ciascuna scheda.
Si può citare con un collegamento; per riusare qualcosa, chiedetemelo.